Negli ultimi anni, assistere a un concerto in Sardegna (e non solo, anche oltre il mare il fenomeno è in crescita) è diventato più un esercizio di logistica e una strategia di marketing prima ancora che un’esperienza artistica vera. Questo fenomeno concentra gran parte delle risorse su pochi grandi nomi e rischia di impoverire l’ecosistema culturale di base.
Stadi, parchi, folle oceaniche, biglietti acquistati con mesi di anticipo che ti devi vendere un rene, code chilometriche e mega schermi giganti che servono solo a ricordare, a chi sta lontano, che su quel palco c’è il tuo vip preferito che diventa una proiezione digitale di se stesso. È la cultura del cosidetto gigantismo, un fenomeno che ha trasformato la musica dal vivo in una celebrazione di massa dove la scala delle proporzioni sembra aver perso ogni contatto con la realtà.
Eppure, viene da chiedersi se sia davvero indispensabile tutto questo o se non stiamo confondendo la grandezza di una performance con la semplice conta dei tickets e la capienza di uno stadio. Il settore musicale sembra oggi prigioniero di una visione che associa il valore artistico esclusivamente ai numeri: se un progetto non riempie uno spazio immenso, pare quasi che manchi di legittimità.
Questo approccio ha un limite enorme, quello di trasformare l’evento in una dimostrazione di forza commerciale, dove la scenografia e gli effetti speciali finiscono spesso per soffocare l’anima del suono, rendendo tutto uniformato e prevedibile.
Questa corsa sfrenata al gigantismo ha conseguenze dirette e pesanti per chi vive di musica fuori dai circuiti mainstream; gli artisti indipendenti si ritrovano a operare in un ecosistema sempre più saturo, dove i pochi club a dimensione umana faticano a sopravvivere, schiacciati da dinamiche di mercato che non lasciano spazio alla scoperta di qualcosa di nuovo, soprattutto di nuovi talenti.
Per un artista emergente, la pressione di dover emulare il modello del grande spettacolo diventa una sfida insostenibile, che finisce per logorare la genuinità di una proposta musicale nata, magari, tra le mura di una piccola stanza o di un piccolo studio.
Anche il pubblico è cambiato: spesso la partecipazione a questi mega-eventi è dettata dal bisogno di esserci, dalla necessità di testimoniare la propria presenza, trasformando l’ascolto in un’esperienza collettiva ma paradossalmente solitaria, dove la vicinanza fisica a migliaia di persone produce solo un distanziamento emotivo tra il fan e lo stesso artista blasonato. Certamente abbiamo sempre assistito a grandi eventi con migliaia di persone ma oggi assistiamo ad una corsa sfrenata a chi fa piu’ numeri, spesso anche drogati da biglietti gratis o a pochi euro per riempire gli spalti vuoti. Si sta perdendo l’esperienza del concerto dove ci si sente comunità, dove si va ad ascoltare davvero la musica.
Non si tratta di demonizzare il grande evento in sé, ma di riconoscere che, quando il gigantismo diventa l’unico parametro di successo, a perdere è la musica stessa, intesa come momento di incontro e non come prodotto di consumo seriale. Abbiamo bisogno di tornare a dare valore alla misura, di riscoprire il piacere di spazi in cui il suono torni ad avere una sua profondità.
Forse la vera sfida per la cultura del domani non sta nel tentare di riempire spazi sempre più vasti, ma nell’avere il coraggio di occuparne di più piccoli, dove l’arte e la musica non debbano essere una sorta di grande parco divertimenti, fatto di visuals e di effetti speciali. In fondo, la musica non dovrebbe essere una gara a chi occupa più spazio, ma un invito a ritrovare, finalmente, la nostra dimensione, quella che stiamo perdendo anche in Sardegna, dove ormai anche i paesi fanno a gara a chi spende piu’ soldi per spettacoli da mostrare magari con un bel drone che svolazza sulle nostre teste.
Dovremmo ripensare al concetto di grande evento, renderlo piu’ sostenibile e vicino anche al pubblico che a sua volta dovrebbe puntare piu’ alla qualità anzichè alla quantità, riscoprire la consapevolezza di ascoltare e divertirsi senza per forza assistere ad un concerto-formicaio dove l’artista, per quelli delle ultime file, diventa solo una proiezione di se stesso. Ad majora gente!
Di Alisàndru

















