La Rete Sarda ribadisce con preoccupazione che la Medicina generale necessita di essere potenziata nei territori e non privata dei suoi pochi medici.
Il trasferimento forzato dei medici di famiglia e dei pediatri di libera scelta, dai propri ambulatori in Case di Comunità, così come prevede il Decreto Schillaci, non può essere la soluzione ai crescenti bisogni di assistenza sanitaria nei territori sardi, ma genera nuovi problemi.
Il Decreto legge, che vede sul piede di guerra medici e sindacati, obbliga i medici di assistenza primaria e i pediatri di libera scelta ad assicurare una quota minima di sei ore di attività settimanali presso le Case di Comunità. Un monte ore destinato ad ampliarsi e a stravolgere l’organizzazione dell’attività dei medici di famiglia e dei pediatri, sino a determinarne la scomparsa nei territori.
Il riordino dell’assistenza primaria territoriale del Decreto Schillaci, che privilegia le imminenti scadenze del Pnrr e l’attuazione del DM77, ricorda il piano di riordino degli ospedali sardi che con il famigerato DM70, penalizzante per la sanità sarda, in nome dell’efficienza, di pareggi di bilancio, razionalizzazioni e accorpamenti, ha portato allo smantellamento di interi ospedali.
L’imminente scadenza del Pnrr, a cui si lega il DM77 e le Case di Comunità, non giustifica una riforma unilaterale, affrettata e pericolosa della medicina generale. Ancor più perché le linee di investimento privilegiano infrastrutture e tecnologia, mentre non si affronta la carenza del personale sanitario, se non in modo maldestro.
Sulla linea della fretta, è anche la Regione Sardegna che con l’ultima delibera di Giunta, ha predisposto una rete di nuovi presidi, senza tener conto che la crisi della sanità non si supera con le scatole vuote o trasferendo medici da strutture ancora bene organizzate.
Con le Case di Comunità si sferra un attacco gravissimo all’ultima roccaforte del sistema sanitario pubblico: i medici di assistenza primaria e i pediatri di libera scelta.
Il Decreto legge cambia il ruolo del medico di famiglia, stravolge l’organizzazione del suo lavoro, aumenta la burocratizzazione, si perdono le relazioni umane e fiduciarie tra medico e paziente. Gli assistiti perdono il proprio medico di riferimento. Paradossalmente crescerà il carico di lavoro nei Pronto Soccorso e la spinta verso la sanità privata, per chi potrà. Tutto ciò mentre si alimentano false aspettative nei territori.
Le Case di Comunità, ideate circa vent’anni fa e normate con il DM77 del 2022, intese come strutture intermedie tra il paziente e l’ospedale, necessitano di una reinterpretazione all’interno dell’attuale crisi sanitaria.
Con lo smantellamento degli ospedali pubblici nei territori e di grandi ospedali al servizio di tutta la Sardegna, sorge la preoccupazione che strutture inadeguate come Case e Ospedali di Comunità, non gestite da medici, rischino di essere l’ultima stazione del sistema sanitario pubblico.
Claudia Zuncheddu – Rete Sarda per la Difesa della Sanità Pubblica






















