La scelta del presidente Buttafuoco di tenere aperta la partecipazione russa alla Biennale di Venezia riaccende il dibattito sul ruolo della cultura nei conflitti. Tra chi invoca l’esclusione e chi difende l’universalità dell’arte, emerge una posizione chiara: la creatività non ha passaporto.
Non si spegne la polemica attorno alla Biennale d’Arte di Venezia e alla decisione del suo presidente, Pietrangelo Buttafuoco, di non escludere il Padiglione Russia dalla manifestazione. Una scelta che ha scatenato reazioni contrastanti nel mondo della cultura europea, ma che ha trovato difensori autorevoli in chi crede che l’arte debba restare uno spazio di incontro, anche — e soprattutto — nei momenti di maggiore tensione geopolitica.
La questione ha attraversato convegni, tavole rotonde e colonne di giornale nelle ultime settimane.
Da un lato, le voci di chi ritiene che mantenere visibilità istituzionale alla Russia in un contesto internazionale così compromesso equivalga a una forma di legittimazione implicita. Dall’altro, chi — e non sono pochi — sostiene che escludere artisti in base alla nazionalità significa tradire la vocazione più profonda della cultura stessa.
“Una Biennale che censura smette di essere tale, diventando un tribunale; una Biennale che accoglie resta un faro di libertà”.
Tra le voci che si sono levate in difesa di Buttafuoco c’è quella dell’ENAC, l’Ente Nazionale Attività Culturali, che in una lettera aperta al presidente della Biennale ha espresso solidarietà convinta e piena. Per l’ENAC, da anni impegnato nella promozione della cultura come strumento di dialogo e avvicinamento tra popoli, la posizione di Buttafuoco non è una concessione politica ma un atto di coerenza con i valori fondamentali dell’espressione artistica.
“La cultura non deve farsi ancella della geopolitica del momento”, si legge nella missiva firmata dal presidente dell’ENAC, Maurizio Abbate. Una frase che sintetizza bene la filosofia dell’ente: la creatività e il pensiero critico hanno il compito di unire ciò che i conflitti dividono, utilizzando un linguaggio che trascende le contingenze belliche e i calcoli di potere. Un principio che l’ENAC non enuncia solo in astratto, ma che informa concretamente la propria attività: dalla promozione di scambi artistici internazionali alla costruzione di ponti culturali tra realtà anche lontane e in tensione tra loro.
La storia è piena di esempi in cui la cultura ha svolto un ruolo di mediazione laddove la diplomazia faticava ad avanzare. Dalle esposizioni internazionali dell’Ottocento ai festival del jazz durante la Guerra Fredda, fino alle mostre d’arte contemporanea che attraversano le frontiere più rigide: le espressioni creative hanno spesso anticipato o accompagnato i processi di riconciliazione.
La Biennale di Venezia, nata nel 1895, è essa stessa figlia di questa visione: uno spazio in cui le nazioni si incontrano attraverso l’arte, sospendendo — almeno per un momento — le logiche della competizione e del conflitto.
È questo il senso più profondo del sostegno espresso dall’ENAC: non un endorsement alla politica estera di alcun governo, ma la riaffermazione di un principio — quello per cui la cultura è , per sua natura, uno strumento di pace. Escludere artisti e opere in nome dell’appartenenza nazionale significa rinunciare a uno degli strumenti più efficaci che l’umanità abbia mai sviluppato per superare le proprie divisioni.
Non mancano, naturalmente, le voci contrarie. Diversi artisti e istituzioni culturali europee hanno scelto il boicottaggio come forma di solidarietà con il popolo ucraino, ritenendo che la presenza russa in un contesto così prestigioso invii un segnale sbagliato. È una posizione rispettabile, che nasce da un dolore reale e da una esigenza etica comprensibile. Ma chi — come Buttafuoco e come l’ENAC — sceglie la strada opposta, lo fa con argomenti altrettanto seri: la convinzione che la chiusura non porti alla pace, e che mantenere aperti i canali dell’espressione artistica sia l’unico modo per alimentare quel “seme di comprensione reciproca” necessario a costruire un futuro diverso.
Nella missiva dell’ENAC si fa riferimento al pericolo di una “chiusura dogmatica dei confini intellettuali”: una formula che merita attenzione. In un’epoca in cui le polarizzazioni si moltiplicano e lo spazio per le posizioni sfumate si restringe, la tentazione di trasformare ogni ambito — dallo sport all’arte, dalla scienza alla cultura popolare — in un fronte della guerra ibrida è concreta e pericolosa. Cedere a questa logica significa accettare che anche la bellezza, il pensiero e la creazione artistica debbano schierarsi, perdendo la loro capacità di parlare a tutti gli esseri umani al di là delle frontiere.
Il dibattito intorno alla Biennale di Venezia è, in fondo, un microcosmo di una domanda più grande che l’Europa si trova ad affrontare: che ruolo vogliamo assegnare alla cultura in un momento di conflitto? Uno strumento di pressione e sanzione simbolica, oppure uno spazio autonomo e protetto, capace di sopravvivere alle guerre e di preparare il terreno per la riconciliazione? La risposta non è semplice. Ma è una domanda che vale la pena di non eludere.
di Maurizio Abbate, Presidente ENAC



















