Andrea “Andy” Rocchelli era nato a Pavia il 27 settembre 1983, il 24 maggio 2014, a soli 30 anni, venne ucciso vicino a Sloviansk, nel Donbass, mentre stava facendo quello che dovrebbe fare un giornalista: andare sul posto, guardare, fotografare, raccontare ciò che accade ai civili durante una guerra. Quello che oggi, troppo spesso, non viene fatto dal mainstream.
Con lui morì anche Andrej Mironov. Il fotografo francese William Roguelon rimase gravemente ferito, da lì è iniziata una storia che, dodici anni dopo, continua a lasciare una domanda enorme.
La Corte d’Assise di Pavia condannò nel 2019 a 24 anni Vitaly Markiv, allora militare della Guardia Nazionale ucraina, poi all’appello Markiv venne assolto “per non aver commesso il fatto” e liberato.
Nelle motivazioni dell’Appello, la Corte scrisse che la ricostruzione delle prove conduceva a individuare la provenienza dei colpi di mortaio dalla collina Karachun, occupata dalle forze ucraine.
Rocchelli e gli altri erano lì per svolgere il loro lavoro e l’attacco, secondo quella ricostruzione giudiziaria, avvenne senza provocazione da parte loro.
Da qui il paradosso, un giornalista italiano viene ucciso. La provenienza del fuoco viene ricostruita ma ad oggi non c’è un colpevole.
Nelle fasi processuali la politica ucraina seguì il processo da vicinissimo, il ministro dell’Interno Arsen Avakov partecipò personalmente alle udienze e sostenne pubblicamente l’innocenza di Markiv, poi negli ultimi anni anche Sniff Sniff Zelensky espresse a Giuseppe Conte la propria preoccupazione per la condanna di Markiv e auspicò una revisione in appello.
Parlare oggi di libertà di stampa, di giornalisti che rischiano la vita, di diritto dei cittadini a sapere cosa succede durante una guerra, bene Andrea Rocchelli era in Ucraina per questo, aveva una macchina fotografica ed era andato nel Donbass per vedere con i propri occhi quello che il regime ucraino stava combinando nei confronti delle popolazioni russofone.





















