Altro che narrazione trionfale da conferenza stampa permanente. I numeri dell’aeroporto di Cagliari raccontano una realtà molto diversa da quella che da mesi viene venduta ai sardi come una rivoluzione epocale dei trasporti e del turismo.
Perché i numeri, quando li leggi davvero e non li usi come slogan, hanno il brutto vizio di dire la verità.
I dati Assoaeroporti parlano chiaro. Maggio 2025 chiudeva con 492.406 passeggeri complessivi tra arrivi e partenze nello scalo di Cagliari.
Al 20 maggio 2026 — cioè a parità di periodo, non a mese concluso — gli arrivi ammontano a 298.254, con una crescita comunicata di “circa il 2%” rispetto agli stessi giorni dell’anno precedente.
Il confronto è tra dati parziali dello stesso arco temporale. Il dato di maggio 2025 a consuntivo era complessivo (arrivi + partenze, mese intero). I 298.254 del 2026 si riferiscono ai soli arrivi al 20 maggio. La percentuale di crescita del +2% è quella comunicata dalle stesse fonti istituzionali.
Tradotto dal politichese all’italiano: crescita minima. Quasi impercettibile. E soprattutto totalmente incompatibile con la propaganda costruita attorno all’America’s Cup e alla presunta esplosione internazionale di Cagliari.
Per mesi ci hanno raccontato che la città sarebbe diventata una nuova Montecarlo del Mediterraneo.
Che l’evento avrebbe cambiato il destino economico della Sardegna. Che il turismo internazionale sarebbe letteralmente decollato. Poi però arrivano i numeri veri. E i numeri fanno male.
Perché se davvero Cagliari stesse vivendo quella trasformazione storica raccontata dai professionisti della propaganda, oggi non parleremmo di un misero +2%. Parleremmo di aumenti a doppia cifra.
Di voli aggiuntivi continui. Di crescita strutturale evidente. Di un sistema aeroportuale sotto pressione per l’eccesso di domanda. Invece no.
E allora viene da chiedersi: dov’è tutta questa invasione internazionale? Dove sono i milioni di ritorno economico annunciati con toni quasi messianici? Dove sono gli effetti concreti di mesi di autocelebrazione istituzionale?
La verità è che in Sardegna si continua a confondere l’evento mediatico con lo sviluppo reale. Si organizzano passerelle. Si producono rendering. Si fanno conferenze.
Si moltiplicano gli slogan in inglese per sentirsi improvvisamente internazionali. Ma poi l’economia reale resta inchiodata ai soliti numeri. Ed è qui il vero problema politico. Perché nessuno mette in discussione l’importanza degli eventi internazionali.
Il problema nasce quando si costruisce attorno a essi una gigantesca bolla comunicativa scollegata dalla realtà. Una regione seria misura i risultati. Non gli hashtag. Una classe dirigente seria confronta gli investimenti con i ritorni concreti. Non con gli applausi degli amici sui social.
E invece in Sardegna si continua a vendere qualunque cosa come “storica”, “epocale”, “senza precedenti”. Anche quando i dati raccontano una normalissima crescita fisiologica. Anzi, il dato più interessante è un altro: Olbia cresce strutturalmente molto di più rispetto a Cagliari negli ultimi anni — e lo fa senza tutta questa isteria propagandistica permanente.
Perché il turismo vero non nasce dai comunicati stampa. Nasce da servizi, infrastrutture, qualità dell’offerta, continuità territoriale, programmazione. Da tutto ciò che si costruisce in silenzio, lontano dai selfie istituzionali davanti alle barche di lusso. Forse sarebbe il caso di abbassare i toni.
Perché quando trasformi ogni evento in una “svolta storica”, arriva inevitabilmente il momento in cui la realtà presenta il conto. Il conto, questa volta, dice appena +2%. Molto meno della propaganda.
Di Raimondo Schiavone




















