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Home Le opinioni

Il feudalesimo dell’informazione in Sardegna

L'Opinione di Raimondo Schiavone

31 Maggio 2026
in Le opinioni
Reading Time: 4 mins read
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Il feudalesimo dell’informazione in Sardegna
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In Sardegna esiste da decenni un’anomalia tanto evidente quanto raramente raccontata fino in fondo: la concentrazione del potere editoriale attorno a un gruppo dominante che, nel corso degli anni, ha progressivamente trasformato la propria posizione di mercato in una vera e propria egemonia culturale, commerciale e relazionale.
Un potere talmente pervasivo da essere considerato ormai da molti quasi un elemento naturale del paesaggio istituzionale isolano.
Eppure naturale non è affatto.
Perché una cosa è essere un grande gruppo editoriale. Altra cosa è costruire, nel tempo, una posizione talmente prevalente da condizionare indirettamente il funzionamento dell’intero ecosistema dell’informazione regionale, i rapporti con la politica, la distribuzione delle risorse pubbliche destinate alla comunicazione istituzionale e persino la sopravvivenza economica di chi prova a operare fuori da quel recinto.
Il problema non è il successo industriale. Nessuno mette in discussione il diritto di crescere, investire o consolidare la propria presenza sul mercato.
Il problema nasce quando una posizione dominante smette di essere il risultato della competizione e diventa invece uno strumento di compressione del pluralismo.
Ed è esattamente ciò che in Sardegna molti fingono di non vedere da anni.
Perché attorno a quel sistema editoriale prevalente si è costruita una struttura di influenza che va ben oltre il normale rapporto tra stampa e politica. Una struttura che, attraverso relazioni consolidate, prossimità storiche e un peso specifico enorme nei processi di formazione del consenso, finisce inevitabilmente per esercitare una pressione costante sugli apparati pubblici, sugli assessorati, sulle agenzie regionali e su tutto ciò che riguarda la gestione delle grandi operazioni di promozione istituzionale.
Le modalità sono sempre eleganti. Mai brutali. Mai esplicite.
Si suggerisce. Si orienta. Si fa comprendere. Si delimita il perimetro di ciò che viene considerato “affidabile”, “opportuno”, “autorevole”.
E così il sistema si autoalimenta.
Le risorse continuano a circolare dentro gli stessi circuiti. Le opportunità rimangono concentrate nelle stesse mani. Le realtà innovative vengono tollerate solo finché non diventano realmente competitive. Chi prova a costruire modelli alternativi viene spesso marginalizzato, ignorato o trattato come un corpo estraneo da tenere lontano dalle dinamiche che contano.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
La Sardegna non ha sviluppato negli anni un ecosistema mediatico realmente competitivo e pluralista. Non è nata una scuola diffusa dell’editoria moderna. Non si è favorito l’emergere di una rete articolata di operatori indipendenti capaci di competere sul piano nazionale. Non si è investito nella crescita di un mercato aperto, dinamico e meritocratico.
Al contrario.
Si è consolidato un modello fondato sulla conservazione delle posizioni dominanti, sull’assorbimento progressivo degli spazi di mercato e su una logica quasi feudale nella gestione dell’informazione e della comunicazione pubblica.
Ed è qui che il tema smette di essere soltanto giornalistico.
Perché quando un soggetto economicamente dominante riesce a esercitare un’influenza tale da orientare indirettamente anche le scelte relative all’utilizzo del denaro pubblico destinato alle attività di comunicazione istituzionale, allora il problema assume inevitabilmente una dimensione democratica e amministrativa.
Perché il pluralismo non è una concessione gentile degli editori dominanti.
È un principio essenziale.
E senza pluralismo reale, la libertà di stampa rischia lentamente di trasformarsi in una formula retorica buona soltanto per i convegni e gli editoriali celebrativi.
In Sardegna il paradosso è ormai quasi grottesco: si parla continuamente di libertà dell’informazione dentro un sistema nel quale molti operatori sanno perfettamente che esistono confini invisibili da non oltrepassare se si vuole restare dentro certe dinamiche economiche e istituzionali.
È un clima che non produce censura esplicita. Produce qualcosa di persino più sofisticato: l’autolimitazione.
La prudenza preventiva. Il silenzio conveniente. L’adattamento progressivo.
E nel frattempo il mercato si impoverisce, il pluralismo arretra e intere generazioni di nuovi editori, giornalisti e operatori della comunicazione vengono scoraggiate ancora prima di poter realmente competere.
Ma ogni sistema costruito sull’eccesso di concentrazione prima o poi mostra le proprie fragilità.
Perché arriva sempre il momento in cui qualcuno inizia a osservare non più la narrazione pubblica, ma i flussi economici, le assegnazioni, i criteri adottati, le sproporzioni, le continuità sistematiche, le esclusioni ricorrenti.
E a quel punto le domande iniziano a diventare inevitabili.
Con quali parametri vengono distribuite le risorse pubbliche? Perché certi soggetti risultano quasi strutturalmente privilegiati? Perché il sistema regionale della comunicazione appare così impermeabile alla concorrenza reale? Perché nuove realtà vengono sistematicamente marginalizzate nonostante audience, innovazione e capacità di diffusione?
Sono domande che per anni sono rimaste sospese dentro il silenzio generale.
Ma il problema dei sistemi troppo chiusi è che, a forza di proteggersi reciprocamente, finiscono per lasciare tracce sempre più evidenti.
E la storia amministrativa italiana insegna che quando quelle tracce iniziano a essere lette con attenzione dagli organismi chiamati a verificare il corretto utilizzo delle risorse pubbliche, improvvisamente il peso delle relazioni conta molto meno dei numeri, dei criteri e delle motivazioni formali.
Perché la Corte dei Conti, a differenza dei sistemi di potere locali, ha un’abitudine molto pericolosa: non valuta le fedeltà. Valuta gli atti.
Di Raimondo Schiavone
Tags: Il feudalesimo dell'informazione in Sardegnainformazione in SardegnaL'Opinione di Raimondo SchiavoneRaimondo Schiavone

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