Mentre la Sardegna combatte una silenziosa e devastante battaglia contro il cancro, l’arma più potente per vincerla, la conoscenza, resta inchiodata da oltre un decennio nella melma della burocrazia regionale. I numeri emersi dalle ultime rilevazioni ufficiali sono spaventosi: nell’isola si registrano più di 5.200 decessi all’anno per neoplasie, con una media drammatica di oltre 10.000 nuove diagnosi annue e ben 28 persone che ogni singolo giorno scoprono di avere un tumore.
Il cancro è così diventato la prima causa di morte in Sardegna, superando persino le malattie cardiovascolari, con un tasso di mortalità che si attesta a 32,94 decessi ogni 10.000 abitanti, un dato pesantissimo che supera di gran lunga la media nazionale italiana ferma a 29,46. Eppure, davanti a questa strage quotidiana, la sanità sarda continua incredibilmente a muoversi al buio, priva di una mappa aggiornata, uniforme e digitalizzata.
Istituito sulla carta nel lontano 2012, il Registro Tumori Unico della Regione Sardegna diu fatto non è mai decollato e l’isola resta una delle sole tre regioni italiane ancora scandalosamente sprovviste di questo strumento di civiltà. La fotografia attuale è quella di un sistema spezzato in due: da un lato i registri storici di Sassari e Nuoro che coprono a fatica solo una parte del territorio, dall’altro l’intera area del Sud Sardegna e di Cagliari totalmente scoperta e priva di tracciamento e monitoraggio reale e organizzato.
A fare chiarezza su questa paralisi era stato lo stesso assessore regionale alla Sanità, Armando Bartolazzi (oggi è Alessandra Todde ad aver assunto l’interim della Sanità) , che in Consiglio regionale aveva ammesso pubblicamente come le cause del disastro vadano rintracciate in una condizione generale di arretratezza ereditata da oltre un decennio; l’assessore ha svelato che ad oggi manca persino la precondizione di base, poiché la stragrande maggioranza delle anatomie patologiche dell’isola non utilizza lo stesso sistema di codificazione (i codici SNOMED) impedendo ai computer e ai reparti di dialogare e di leggere i dati in modo comune.
La Regione si trova ora davanti al titanico compito di informatizzare la rete e, contemporaneamente, recuperare i dati retrospettivi arretrati a partire addirittura dal 2015. Ma dietro questa fredda terminologia tecnica dei codici scientifici e dei ritardi digitali c’è il dramma vivo delle famiglie sarde, costrette a scontrarsi con liste d’attesa infinite, la piaga della mobilità passiva che costa alle casse pubbliche 90 milioni di euro all’anno (Relazioni della Corte dei Conti) per le cure fuori dall’isola, e la totale impossibilità di pianificare campagne di screening mirate sui territori più a rischio.
Senza dati epidemiologici certi non si possono comprendere le correlazioni tra inquinamento ambientale e insorgenza dei mali, né si possono distribuire i fondi sanitari dove serve davvero: la mancanza del Registro Tumori non si puo’ relegare ad un semplice intoppo amministrativo, ma è l’ennesima testimonianza della sanità pubblica al collasso che nega ai cittadini il diritto alla prevenzione, alla cura e, in ultima analisi, alla speranza di sopravvivere.
fonti : AIOM / AIRTUM, comitato civico Sa Luxi (Comitato pro Registro Tumori in Sardegna)



















