“Mercoledì 15 luglio 2026, il Comitato Regionale del PCI Sardegna ha approvato un dispositivo che impegna il Partito nella promozione di un confronto tra le forze politiche, sociali e sindacali che metta al centro l’economia di Pace e Sostenibile, per il Lavoro e l’opposizione alla cultura della guerra.
La riconversione delle produzioni militari è una priorità per tutte le forze che credono realmente nella Pace ed è una diretta conseguenza espressa, tra gli altri, degli articoli 11 e 41 della Costituzione Italiana e della legge 185/1990.
Come noto, l’art 11 sottolinea che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, mentre l’art 41 “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali.”. A tale orientamento risponde la legge n. 185/1990 sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento. L’art. 1 della legge dice che queste operazioni devono essere conformi alla difesa dell’Italia e sono regolate secondo i principi della Costituzione, che ripudia la guerra. La stessa legge prevede controlli statali, autorizzazioni e anche misure per la conversione a fini civili delle industrie di armamenti.
Questo articolato si lega agli altri Principi fondamentali, come gli articoli 2, 3 e 4, che richiamano la solidarietà politica, economica e sociale, l’uguaglianza sostanziale e la partecipazione al progresso materiale e spirituale della società; l’articolo 9, che tutela ambiente, biodiversità ed ecosistemi anche nell’interesse delle future generazioni, collegando la pace alla sostenibilità. L’art.10 sottolinea che “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute”, conducendoci a dare centralità all’ONU e alla Corte Penale Internazionale.
L’art. 1 della Costituzione, a sua volta, sottolinea come la Repubblica debba guardare al Lavoro come base fondante della vita democratica, dunque profondamente ancorato ai principi costituzionali.
In virtù di ciò, il Comitato Regionale del PCI Sardegna ritiene indispensabile promuovere un cantiere politico e programmatico dei Diritti del Lavoro, per un’Economia di Pace e Sostenibile, che crei le condizioni concrete per la riconversione delle produzioni belliche e offra un’alternativa concreta alle lavoratrici e ai lavoratori dell’industria degli armamenti; che ponga il tema dell’obiezione di coscienza nel luogo di lavoro, al fine di individuare provvedimenti che consentano e tutelino tale obiezione. Un confronto indispensabile e urgente non più rimandabile tra le forze politiche, sociali e sindacali che credono nella Pace e nella Costituzione, i movimenti e comitati che chiedono la riconversione delle fabbriche di armamenti e a tutta la società civile che chiede di fermare la deriva guerrafondaia. Un confronto che possa evolvere in un ampio dibattito pubblico sullo Sviluppo Economico Sostenibile e di Pace per la Sardegna, che coinvolga tutta la società sarda e sia orientato verso la centralità del Lavoro; che spezzi le attuali dinamiche di non-sviluppo calate dall’alto, assoggettate ai desiderata speculativi privati verso le risorse ambientali ed energetiche dell’isola, dall’uso disordinato e inefficiente dei fondi del PNRR, verso cui la collettività sarda non ha potuto mettere parola in termini di programmazione e pianificazione, dalla sostanziale immobilità verso il destino dell’industria e del sistema agroalimentare e agropastorale.
Il PCI ritiene che la Giunta regionale ed il Consiglio Regionale debbano mettere in atto passi concreti che dimostrino la volontà di operare una rottura con una politica che avalla la deriva guerrafondaia. L’accordo ASPAL ed Esercito, che, in un contesto internazionale come quello attuale si inserisce in una chiara e pericolosa deriva militarista in totale contraddizione con la Costituzione, è inaccettabile. Il futuro delle giovani generazioni sarde non può essere quello militare. É inaccettabile che la Regione Sardegna associ il Lavoro e la cultura della guerra. Chiediamo pertanto il ritiro dell’accordo e un impegno concreto verso le politiche di Pace.
Da tempo nel Paese si cerca di sviluppare una politica della difesa civile, non armata e nonviolenta, una Difesa alternativa a quella prettamente militare. I corpi del Servizio civile, i Corpi civili di pace e la Protezione civile infatti concorrono alla difesa del Paese con mezzi e attività non militari e promuovono la solidarietà, la cooperazione internazionale, la tutela dei diritti sociali e l’educazione alla pace fra i popoli. É indispensabile promuovere queste politiche nonviolente per eliminare i conflitti nel mondo e anche la Regione Sardegna è chiamata a fare la sua parte in questa direzione”, afferma in una nota la Segreteria Regionale del Pci.






















