Non è più soltanto una questione di scienza, ricerca o sviluppo. È una questione di democrazia. È questo il senso della lettera che noi di QuotidianoWeb abbiamo indirizzato al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, chiedendo che sulla realizzazione dell’Einstein Telescope a Lula venga aperta una riflessione istituzionale ben più profonda di quella finora conosciuta.
La domanda da cui partiamo è semplice, ma tutt’altro che scontata: quanto sono realmente informate le popolazioni che vivono nei territori interessati su ciò che questa gigantesca infrastruttura comporterà per il loro futuro?
Dell’Einstein Telescope si è parlato soprattutto come di una straordinaria opportunità: ricerca internazionale, investimenti, occupazione, prestigio, sviluppo delle aree interne. Una narrazione positiva e legittima. Ma un’opera di questa portata non può essere raccontata soltanto attraverso i suoi possibili benefici e soltanto dalla parte di chi la sostiene.
Bisogna parlare anche dei vincoli, delle limitazioni, delle trasformazioni del territorio e delle conseguenze di lungo periodo che potrebbero ricadere sulle comunità locali.
La legge n. 41 del 2023 ha introdotto disposizioni specifiche collegate alla realizzazione e al funzionamento dell’Einstein Telescope, interessando un’area comprendente venti Comuni. E allora la domanda diventa inevitabile: i cittadini di quei territori conoscono realmente, fino in fondo, ciò che quelle disposizioni possono comportare?
Non è una domanda contro il progresso. È una domanda che dovrebbe essere posta proprio da chi rappresenta il territorio.
Perché se l’Einstein Telescope fosse davvero una grande opportunità, come ci viene prospettata, allora non dovrebbe esserci nulla da temere dal confronto con chi pone domande e soprattutto la scienza non dovrebbe avere paura del dissenso.
Il problema diventa ancora più serio quando entrano in gioco dichiarazioni attribuite a un rappresentante istituzionale di uno dei Comuni interessati, secondo cui le voci contrarie o dissenzienti dovrebbero essere isolate o messe a tacere.
Se quelle parole sono state realmente pronunciate nel senso riportato, non siamo più davanti a una semplice polemica politica locale, siamo davanti ad una prepotenza e ad un abuso di potere.
Un amministratore pubblico può sostenere con forza un progetto, considerarlo strategico, difenderlo davanti ai cittadini e cercare di convincere chi non lo condivide, ma non può trasformare il dissenso in una patologia da eliminare.
Chi dissente non è un nemico. Chi pone domande non è un sabotatore.
Il dissenso è parte della democrazia.
Ed è proprio questo il cuore della lettera indirizzata al Presidente Mattarella. Non gli viene chiesto di decidere se l’Einstein Telescope debba essere costruito, né di sostituirsi alle autorità tecniche o amministrative. Gli viene chiesto di garantire, nell’ambito delle sue prerogative, che una decisione di questa portata venga assunta nel pieno rispetto dei principi costituzionali.
L’articolo 21 tutela la libertà di manifestazione del pensiero. Il pluralismo non è una concessione delle istituzioni, ma una componente essenziale della democrazia. Il cittadino deve poter conoscere, discutere, contestare e dissentire senza essere trasformato in un problema.
Ed ecco allora la domanda che rivolgiamo al Quirinale: chi garantisce chi dissente?
Chi garantisce il proprietario di un terreno? L’agricoltore? L’allevatore? L’imprenditore? Chi teme che la propria terra possa essere sottoposta a vincoli che oggi non comprende pienamente? La preservazione del patrimonio orografico di superfice e sotterraneo?
E soprattutto: chi garantisce che le persone vengano informate prima, e non quando le decisioni saranno ormai irreversibili?
È qui che la vicenda dell’Einstein Telescope assume un significato più ampio. Non basta chiedersi quale sarà il beneficio scientifico dell’opera. Bisogna chiedersi anche chi sosterrà il costo territoriale di quel beneficio.
Se i vantaggi saranno nazionali e internazionali, mentre i vincoli e gli effetti saranno prevalentemente locali, il principio di equità impone una valutazione seria, trasparente e indipendente.
Non bastano gli annunci di posti di lavoro e investimenti.
Bisogna quantificare. Bisogna documentare. Bisogna mettere sul tavolo benefici e sacrifici.
E bisogna guardare oltre la fase della costruzione.
Che cosa resterà su quel territorio quando i cantieri saranno terminati?
Quali vincoli rimarranno? Quali attività saranno condizionate? Quali possibilità di sviluppo futuro potrebbero essere perdute per sempre?
Sono domande che meritano risposte precise, non slogan.
C’è poi la dimensione strategica e tecnologica di una struttura di questa portata. Non significa sostenere che l’Einstein Telescope sia un’opera militare. Significa chiedere se esistano profili strategici, applicazioni dual-use o implicazioni di sicurezza connesse alle tecnologie e alle infrastrutture utilizzate.
Se tali profili esistono, è necessario sapere quali informazioni contengano e devono essere rese pubbliche, anche questa è un’informazione che deve essere portata alla conoscenza di tutti. Ma soprattutto si è ben compreso che nel diametro di 40 chilometri sorgerà quella che è stata definita una nuova colossale servitù vietata ai Sardi e nella piena disponibilità di enti terzi che al momento potrebbero non essere nemmeno identificati.
La lettera richiama inoltre la lezione degli anni della pandemia. Non per riaprire qui il conflitto sulle decisioni assunte durante l’emergenza Covid-19, ma per ricordare un principio che dovrebbe valere sempre: le istituzioni devono accogliere anceh il dissenso, non imbavagliarlo.
Una posizione può essere minoritaria, scomoda o persino sbagliata. Ma deve poter essere espressa, discussa e sottoposta al confronto pubblico, perché una democrazia forte non è quella che elimina il dissenso è quella che sa ascoltarlo.
Ed è proprio questa la preoccupazione che emerge dalla lettera a Mattarella.
Non chiediamo di essere contro la scienza. Non chiediamo di essere contro il progresso. Non chiediamo di respingere automaticamente l’Einstein Telescope.
Chiediamo che nessuna grande opera venga considerata talmente importante da rendere superflua la conoscenza e la partecipazione delle comunità chiamate a conviverci.
Quei cittadini chiedono trasparenza, partecipazione e pluralismo. Soprattutto, chiedono di sapere quale futuro viene progettato sulla loro terra.
Per questo l’appello di QuotidianoWeb al Presidente della Repubblica va oltre la singola infrastruttura.
Presidente Mattarella, chi garantisce i cittadini che dissentono?
La Sardegna non può essere considerata soltanto il luogo geografico nel quale collocare una grande infrastruttura internazionale. È una terra abitata, fatta di comunità, famiglie, imprese, attività agricole e generazioni che hanno costruito la propria vita in quei territori.
Quelle persone hanno il diritto di sapere, prima che sia troppo tardi, quali trasformazioni potranno interessare la loro terra.
Se l’Einstein Telescope è davvero una straordinaria opportunità, come ci raccontano, allora deve poter affrontare tutte queste domande. Deve poter dimostrare, documenti alla mano, che i benefici superano i costi e che le comunità locali non saranno semplicemente chiamate a sopportare i sacrifici di un progetto concepito per interessi molto più vasti del loro territorio.
Perché il vero progresso non è quello che arriva dall’alto e chiede alle persone di adeguarsi; il vero progresso è quello che informa, convince e coinvolge.
E se davvero qualcuno pensasse che, per realizzare un’opera di questa portata, sia necessario “isolare chi dissente”, allora il problema sarebbe ormai molto più grande dell’Einstein Telescope.
Riguarderebbe il modo stesso nel quale intendiamo la democrazia.
È per questo che la lettera di QuotidianoWeb al Presidente della Repubblica non dovrebbe essere archiviata come l’ennesima protesta contro una grande opera.
È un appello che tutti i Sardi dovrebbero raccogliere e rilanciare: nessuna infrastruttura, per quanto prestigiosa, può essere più importante dei diritti costituzionali delle persone.
E nessun interesse scientifico, economico o strategico può trasformare il dissenso in una colpa.
Alla fine, la domanda è una sola: vogliamo costruire il futuro della Sardegna insieme ai sardi oppure sopra la testa dei sardi?
La risposta non può essere il silenzio, deve essere la democrazia.
Andrea Caldart (Quotidianoweb.it)






















