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Alghero: Stagione di Prosa, Danza e Musica 2026-2027

28 Settembre 2026
in Cultura, Musica, Sassari
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Alghero: Stagione di Prosa, Danza e Musica 2026-2027
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Grandi classici reinterpretati in chiave contemporanea e pièces firmate da autrici come Natalia Ginzburg e Yasmina Reza, accanto ai testi originali di Giancarlo Nicoletti e Franco Franchini, tra potenti monologhi d’autore, raffinate partiture musicali, vibranti performances di danza e incursioni nella satira, per la Stagione di Prosa | Danza & Musica 2026-2027 organizzata dal CeDAC / Circuito Multidisciplinare dello Spettacolo dal Vivo in Sardegna al Teatro Civico “Gavì Ballero” di Alghero, con la direzione artistica di Valeria Ciabattoni, con il patrocinio del Comune di Alghero e il sostegno della Fondazione Alghero, e con il patrocinio e il sostegno della Regione Autonoma della Sardegna e del MiC / Ministero della Cultura, con il contributo della Fondazione di Sardegna. Dodici titoli in cartellone da ottobre a aprile, con i protagonisti e le compagini di punta della scena nazionale e internazionale: sotto i riflettori artisti del calibro di Pamela Villoresi e Giulio Corso in “Elettra, 1944” per una moderna variazione sul mito, Paolo Rossi con Caterina Gabanella in “Onora i padri e paga la psicologa”, Ettore Bassi alle prese con il capolavoro di Alessandro Manzoni, Ugo Dighero e Mariangeles Torres in “Tre variazioni della vita” di Yasmina Reza, Giampiero Ingrassia con Marianella Bargilli e Lucia Vasini in “Ti ho sposato per allegria”, fortunata commedia di Natalia Ginzburg, e l’attrice Alice De André, tra ricordi di famiglia e ricerca di sé, con il coinvolgente spettacolo “Alice (non canta) De André”.

Il regista Gabriele Vacis porta in scena la sua versione del “Prometeo”, da Eschilo, con gli attori di PoEM / Potenziali Evocati Multimediali; il giornalista e scrittore Luca Sommi propone il monologo “Viva la Costituzione”; un inedito ritratto del grande condottiero in “Napoleon – Il Fantasma dell’Imperatore” di Franco Franchini, con Andrea Dolente e Raphael Roger Levy e una moderna rilettura al femminile de “Il Borghese Gentiluomo”, con drammaturgia e regia di Lorenzo De Iacovo, incentrata sulla figura di Jourdain, una giovane donna «intrappolata nella sua incessante scalata verso il successo». Spazio alla Danza Contemporanea con “Poetry in The Park” della compagnia balletXtreme, una creazione di Marco Carrer in stile neoclassico, mentre Sofia Nappi firma la coreografia di “Pupo”, una produzione di Komoco e Sosta Palmizi ispirata alla figura di Pinocchio, il burattino inventato da Carlo Collodi.

Una programmazione interessante e variegata che spazia tra ironia e riflessione civile, dai dilemmi universali del mito in “Prometeo” e della giustizia storica in “Elettra, 1944”, alle dinamiche di coppia e al ritratto della borghesia in “Tre variazioni della vita” di Yasmina Reza e “Ti ho sposato per allegria”, con la grazia tagliente di di Natalia Ginzburg; dalla rilettura musicale e letteraria della grande tradizione italiana con il melologo manzoniano “Questo matrimonio non s’ha da fare” ai classici del teatro francese (e europeo) con l’irriverente vitalità de “Il Borghese gentiluomo”, fino all’impegno civile e alla riflessione sulla Carta Costituzionale in “Viva la Costituzione”. Focus sulla satira corrosiva e surreale di Paolo Rossi con “Onora i padri e paga la psicologa” e sulle suggestioni storiche e fantasmagoriche di “Napoleon”, un immaginifico e poetico romanzo di formazione a passo di danza con “Pupo” di Sofia Nappi e il fascino dei versi di Gabriele D’Annunzio, Alda Merini e Antonia Pozzi e delle musiche di Georges Bizet e Fryderyk Chopin in “Poetry in The Park” di Marco Carrer, infine un viaggio tra parole e note, storie e emozioni con “Alice (non canta) De Andrè”.

La Stagione di Alghero affronta temi di forte attualità e di eterno valore umano attraverso i linguaggi della scena, dalla libertà e dalla ribellione contro ogni forma di tirannia – dal titano Prometeo al destino dei singoli nella storia – alle strutture fragili e complesse dei rapporti familiari e sentimentali. Focus sulle umane passioni – dall’amore ai conflitti generazionali, dal potere della parola e della musica alla ricerca della propria identità – in un cartellone capace di attrarre differenti fasce di pubblico, dagli amanti della prosa classica e contemporanea ai cultori della danza, dai raffinati conoscitori dei testi letterari ai curiosi delle nuove tendenze artistiche, confermando il Teatro Civico come punto di riferimento culturale d’eccellenza del territorio.

IL CARTELLONE

Il sipario si apre – domenica 25 ottobre alle 21 – su “Questo matrimonio non s’ha da fare”, un melologo per voce recitante e pianoforte su “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni, con Ettore Bassi accompagnato dal pianista e compositore Marco Beretta, per la regia di Alberto Oliva (produzione Nel Pozzo Del Giardino Aps – distribuzione Reggio Iniziative Culturali). Un omaggio al celebre scrittore, poeta e drammaturgo milanese, personalità di spicco della letteratura italiana nella ricca temperie culturale dell’Ottocento, tra Neoclassicismo e Romanticismo, spirito innovatore e tra gli artefici del romanzo moderno, con la capacità di attingere alle fonti storiche per disegnare lo sfondo su cui inserire le trame più o meno complicate delle vite di personaggi reali e immaginari, con la trasposizione del suo capolavoro. “Questo matrimonio non s’ha da fare” è una raffinata e coinvolgente versione teatrale del romanzo, dove i passaggi più significativi sono messi in risalto dalle musiche originali di Marco Beretta, che evocano atmosfere e stati d’animo dei protagonisti di una vicenda intricata e ricca di colpi di scena, ambientata in un’epoca travagliata da guerre e ingiustizie. Viaggio nell’universo manzoniano, tra le peripezie di due giovani fidanzati, Renzo e Lucia, che si innestano e si intrecciano al corso della Storia, e in particolare con le cronache della peste di Milano del 1630: nel romanzo, in cui cui l’autore mette in risalto il ruolo della Provvidenza a fronte dell’arbitrio degli uomini, emergono figure emblematiche come Fra Cristoforo e l’Innominato, accanto a Gertrude, la Monaca di Monza e alla saggia Agnese, madre di Lucia; il perfido don Rodrigo con i suoi bravi e il timoroso don Abbondio, con la fida Perpetua; e ancora l’avvocato Azzecca-garbugli, donna Prassede e don Ferrante; l’indimenticabile madre di Cecilia e il cardinale Federigo Borromeo, in un suggestivo affresco di varia umanità.

La ribellione di un titano contro il potere degli dèi – lunedì 23 novembre alle 21 – in “Prometeo” da Eschilo con Gabriele Vacis (voce narrante) e con Davide Antenucci, Andrea Caiazzo, Chiara dello Iacovo, Pietro Maccabei, Eva Meskhi, Erica Nava, Enrica Rebaudo, Edoardo Roti, Letizia Russo, Lorenzo Tombesi e Gabriele Valchera, con scenofonia di Roberto Tarasco, cura del suono di Riccardo Di Gianni, cori a cura di Enrica Rebaudo, adattamento e regia di Gabriele Vacis (produzione Artisti Associati Gorizia e PoEM / Potenziali Evocati Multimediali – distribuzione CMC/Nidodiragno). Il mito di Prometeo rivive sulla scena nella versione di uno dei più importanti registi italiani, Gabriele Vacis, fondatore del Laboratorio Teatro Settimo e tra i pionieri del teatro di narrazione, autore e regista di spettacoli indimenticabili tra cui il fortunato “Totem” con Alessandro Baricco. «La tragedia di Eschilo coglie il momento del conflitto tra Zeus e Prometeo» – si legge nelle note – e la punizione inflitta dal signore dell’Olimpo per il “tradimento” del titano è terribile: Prometeo viene incatenato a una rupe ai confini del mondo, il fegato dilaniato da un’aquila per l’eternità. «Prometeo, simbolo della ribellione, è un personaggio che i giovani amano perché, come loro, non riesce a contenere i suoi sentimenti e la sua forza dei recinti stabiliti dalle convenzioni, quindi la sfida all’autorità costituita è la sua condizione vitale» – sottolinea Gabriele Vacis –. Il titano è anche «l’archetipo della conoscenza tecnologica e scientifica liberata dalle catene della superstizione e dell’ignoranza. Come sempre nei classici è facile ritrovare situazioni e problemi di oggi. Si dice che i classici sono attuali, ma più che altro sono contemporanei, perché riescono a comprendere tutti i tempi».

Il fascino e la modernità della Carta che sancisce diritti e doveri delle cittadine e dei cittadini italiani – martedì 15 dicembre alle 21 – con “Viva la Costituzione” di e con Luca Sommi (produzione Loft Produzioni – distribuzione Epoché ArtEventi), un coinvolgente monologo in cui il giornalista e scrittore, conduttore di Accordi & Disaccordi ricorda che «è bella, giusta, poetica, gentile, generosa la nostra Costituzione», e spiega “Perché amarla e difenderla” sia urgente e necessario, in nome dei principi etici e degli ideali politici sui quali si fonda la Repubblica. “Viva la Costituzione” rappresenta così un’opportunità per riscoprire i valori a cui si ispira il testo elaborato dall’assemblea costituente dopo la fine della seconda guerra mondiale e la caduta del regime: «è scritta come una poesia ma è rigorosa, non ammette che la si contraddica» – ricorda Luca Sommi –. La legge fondamentale che definisce la natura, la forma, la struttura, l’attività e le regole fondamentali della Repubblica «considera tutti i cittadini e le cittadine uguali, dal più povero al più ricco, senza distinzione di sesso, razza, religione, lingua, orientamento politico, condizioni sociali ed economiche: tutti devono avere pari dignità sociale e la legge deve essere uguale per tutti». “Viva la Costituzione” vale quindi come un invito a rileggere la Carta, che tutela i diritti e esprime concetti chiari, come nell’articolo 11, «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali»: un monito all’apertura di nuovi conflitti, in difesa della pace, che suona oggi più che mai tragicamente attuale.

Un intrigante gioco meteateatrale – sabato 16 gennaio alle 21 – con “Onora i padri e paga la psicologa / una nuova operaccia satirica” di e con Paolo Rossi e con Caterina Gabanella e i musicanti Emanuele Dell’Aquila e Alex Orciari (produzione Agidi Srl) in cui, in un intrecciarsi di vita e arte, un comico in terapia rivela frammenti di un vissuto, reale e immaginario, confessa fragilità e debolezze e rende omaggio ai maestri. “Onora i padri e paga la psicologa” è uno spettacolo originale e coinvolgente, “senza rete”, in cui il pubblico diventa testimone e complice di un percorso surreale nei labirinti della mente. «Chi è capace di narrare storie ha il potere di governare il mondo, che sia una nazione, un condominio, una famiglia o una coppia» – afferma Paolo Rossi – che interpreta se stesso, o una proiezione di sé, “improvvisando” o reinventando il passato, per orientarsi nel presente in un mondo che, perduti i punti di riferimento, sembra governato dal caos. «Le operacce satiriche sono creazioni stravaganti che nascono da diverse ispirazioni» – spiega l’artista friulano, milanese d’adozione – come «la lettura dei grandi classici letterari che vengono trasformati in buffe composizioni, episodi “rubati” dalla vita vissuta e dal mio personale repertorio poi rielaborati e trasformati in poesie comiche che, grazie all’accompagnamento musicale, si tramutano in una canzonaccia popolare». E conclude: «Se si smarrisce la strada, l’unica direzione è perdersi nelle nostre storie… Cantando, ridendo, ballando e ridendo ancora, e sarà proprio così che ci ritroveremo. Ad ogni modo si ride. Tanto».

Viaggio nella Storia – lunedì 25 gennaio alle 21 e l’indomani, martedì 26 in replica in una matinée per le scuole – con “Napoleon / Il Fantasma dell’Imperatore”, uno spettacolo scritto e diretto da Franco Franchini, con Andrea Dolente, Raphael Roger Levy, Andrea Sidoti e Emanuele Frascadore (produzione FOS – Associazione per lo Sviluppo delle Arti Classiche – con il patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica del Sudafrica in Italia). Una pièce originale ispirata alla figura del grande condottiero e brillante stratega che, rovesciato il Direttorio e divenuto Console di Francia, per poi autoincoronarsi Imperatore, conquistò l’Europa diffondendo gli ideali della Rivoluzione. A bordo di una nave, dopo la sconfitta di Waterloo e l’esilio a Sant’Elena, Napoleone Bonaparte «rivive la giovinezza, gli amori perduti, le battaglie che ne hanno definito la gloria e la caduta» in un dialogo con il generale Henri Gatien Bertrand, suo fidato collaboratore, che diventa «confidente, custode e specchio impietoso». In realtà su La Belle Poule si trovano soltanto le spoglie mortali dell’Imperatore, trasportate in patria, a Parigi, nel 1840 per la celebrazione di un funerale solenne sotto Luigi Filippo d’Orléans: a ricordare gli eventi più significativi della sua vita e della sua carriera è il suo fantasma, mentre la stiva si riempie di echi del passato e perfino il busto di Cesare, il vincitore delle Gallie, si anima e prende la parola. «Il tempo implode: Napoleone si ritrova di fronte al proprio feretro. Non siamo più nel mondo dei vivi, ma in quello della leggenda» e come durante tutta la sua vita, l’Imperatore non accetta la resa ma combatte fino all’ultimo, e lascia trapelare la sua fragilità umana, in un moderno e visionario dramma.

Una riflessione sulla complessità delle relazioni umane – giovedì 11 febbraio alle 21 – con “Tre variazioni della vita” di Yasmina Reza (traduzione di Rita Cirio), che sbarca nell’Isola in un nuovo allestimento (25 anni dopo la prima italiana con Mariangela Melato, regia di Piero Maccarinelli) con Ugo Dighero e Mariangeles Torres e con Alberto Giusta e Laura Mazzi, per la regia di Luigi Saravo (produzione CTB / Centro Teatrale Bresciano e ArtistiAssociati / Centro di Produzione Teatrale, CMC Nidodiragno, Fondazione Atlantide / Teatro Stabile di Verona). Una tranquilla serata tra amici si trasforma in un amaro e doloroso momento della verità, dove i personaggi si mettono a nudo, rivelando ambizioni e frustrazioni, incomprensioni e antichi rancori: i padroni di casa, l’astrofisico Henri e la moglie Sonia, avvocata, e gli ospiti, il professor Hubert Finidori con la consorte Inès, si ritrovano così a discutere apertamente, in uno scambio di reciproche accuse. L’invito per un aperitivo, durante il quale Henri avrebbe voluto chiedere il sostegno dell’illustre scienziato in merito a un suo articolo sulla materia oscura, per scoprire invece che un altro ricercatore sta per pubblicare un lavoro sull’argomento, perde così ogni parvenza di cortesia mondana, e l’incontro degenera in una lite. Yasmina Reza, una delle più conosciute e apprezzate drammaturghe contemporanee, crea un gioco di rifrazioni per cui la vicenda viene raccontata tre volte, in tre versioni diverse dove la sequenza degli eventi cambia, secondo la prospettiva dei vari personaggi, e così le reazioni e i rapporti tra loro, fino a far emergere, oltre la pluralità di voci «il senso drammaticamente comico della nostra solitudine».

Una moderna tragedia tra mito e Storia – mercoledì 24 febbraio alle 21 – con “Elettra, 1944”, con drammaturgia e regia di Giancarlo Nicoletti, nell’interpretazione di Pamela Villoresi e Giulio Corso, accanto a Francesco Foti, Alice Spisa, Cristina Todaro e Giacomo Andrea Faroldi, con scene di Alessandro Chiti e costumi di Giuseppe Ricciardi, musiche di Mario Incudine, disegno luci di Giuseppe Filipponio, aiuto regista Giuditta Vasile (produzione Altra Scena e L’Altro Teatro, in collaborazione con il Festival Teatrale di Borgio Verezzi). Sulle tracce dell’“Orestea”, Giancarlo Nicoletti mette in scena il conflitto fra genitori e figli, in tempo di guerra, quando le ideologie spezzano i legami di sangue e il dramma esplode tra le mura domestiche: in una Roma occupata, un inatteso ritorno rompe il fragile equilibrio costruito su verità taciute o rimosse, preludio a una necessaria catarsi. In “Elettra, 1944” lo scontro tra fascisti e partigiani, in un’Italia dilaniata, tra l’eco dei bombardamenti, delle rappresaglie e delle stragi, esaspera la naturale dialettica tra visioni politiche opposte: la pièce racconta l’intrecciarsi tra le singole esistenze e il destino dei popoli, con l’inesorabile incedere della Storia che stravolge certezze e consuetudini, mettendo a confronto carnefici e vittime. «Il ciclo degli Atridi… non parla soltanto di colpa o di vendetta, ma di ciò che succede quando una comunità, dopo essersi consumata nell’odio, decide di trasformare la violenza in legge, il destino in scelta, il passato in memoria condivisa» – sottolinea Giancarlo Nicoletti –. «Quel passaggio – dalle Erinni alle Eumenidi, dalla foga del sangue al tribunale – è uno dei gesti più rivoluzionari della storia del pensiero umano».

Ritratto di un artista in cerca d’ispirazione – mercoledì 3 marzo alle 21 – con “Poetry in The Park”, una creazione del coreografo Marco Carrer per la balletXtreme Dance Company: un intrigante racconto per quadri su musiche di Georges Bizet e Fryderyk Chopin, sull’immaginario incontro tra un giovane poeta e il vate Gabriele D’Annunzio con la sua musa Ermione (identificata con l’attrice Eleonora Duse), e due tra le voci più interessanti e originali della poesia italiana del Novecento, come Alda Merini e Antonia Pozzi. “Poetry in The Park” è un balletto in un atto in stile neoclassico, dove s’intrecciano danza, musica e poesia: nella quiete di un pomeriggio, il protagonista si reca in un parco, immergendosi nella natura per trarne spunto nella composizione dei suoi versi, per poi insoddisfatto rifugiarsi nella lettura di un’antologia finché, come evocati, appaiono gli spiriti dei poeti defunti che raccontano le proprie storie, «discutono con lui l’essenza delle loro opere e gli insegnano i loro modi per preparare l’anima ad affrontare i fogli bianchi». In una chiave onirica e simbolica, il giovane poeta trova conforto nell’ideale dialogo con i maestri e attinge ai loro consigli; infine gli spiriti di D’Annunzio, Alda Merini e Antonia Pozzi «riappaiono contemporaneamente e insieme guidano la coscienza e la penna del poeta, entrambe finalmente pronte a creare un’arte originale e autentica». In “Poetry in The Park” il danzatore e coreografo, nonché poeta Marco Carrer, già primo ballerino di balletXtreme, all’attivo collaborazioni con l’Israel Ballet e il Croatian National Ballet, affronta il tema cruciale dell’ispirazione e trasporta sulla scena il dilemma di un poeta di fronte alla creazione di un’opera d’arte.

Una inedita rilettura al femminile di un capolavoro di Molière – giovedì 18 marzo alle 21 – con “Il Borghese Gentiluomo”, uno spettacolo di CRACK24, con Alessandro Cassutti, Agnese Mercati, Federico Palumeri, Stefano Paradisi e Elia Tapognani, scene di Marina Conti, costumi di Agostino Porchietto, disegno luci di Giulia Zenaro, musiche e sound design di Elio D’Alessandro, adattamento e regia di Lorenzo De Iacovo (produzione A.M.A.Factory). La pièce è incentrata su Jourdain, «una donna sulla trentina, intrappolata nella sua incessante scalata verso il successo: ogni giorno è una frenetica corsa all’automiglioramento, tra lezioni di canto, danza e filosofia». Nel tentativo di realizzare le proprie aspirazioni, la protagonista dimentica chi le sta accanto e sacrifica la propria e altrui felicità pur di conquistare l’agognata affermazione in società, che resta però un miraggio, finché il ricco Dorante non le propone di invitare a cena Dorimene, «la donna più bella e nobile del mondo». Così per Jourdain diventa fondamentale mostrarsi all’altezza dell’illustre ospite, nella convinzione di «poter finalmente sedurre il “Successo” stesso» e ottenere finalmente la giusta considerazione per i suoi talenti e le sue capacità.
Ne “Il Borghese Gentiluomo”, Molière metteva in ridicolo il desiderio del protagonista di essere accolto dall’aristocrazia, e insieme il valore delle arti e della cultura come simboli e strumenti di ascesa sociale, mentre nella versione di Lorenzo De Iacovo, Jourdain appare come una «donna imprigionata in una società tutta maschile», e la sua «incapacità di vedere la realtà circostante» diventa «il sintomo di un grande, irrefrenabile sogno che la protagonista porta nel cuore», in realtà frutto, o meglio «prodotto tossico dell’iperstimolazione capitalistica».

Una riflessione sul tema dell’infanzia e sulla crescita – mercoledì 31 marzo alle 21 – con “Pupo”, una creazione di Sofia Nappi, con i danzatori Evans Berthelot, Bonni Bogya, India Guanzini, Sem Houmes, Paolo Piancastelli, Senne Reus e Alessia Sinato, con musiche di Chopin, Dead Combo, Engler; disegno luci di Alessandro Caso; costumi di Judith Adam; sound design di Ed Mars & Sofia Nappi; direttore prove Luca Tomasoni e assistente alla coreografia Adriano Popolo Rubbio (produzione Komoco / Sosta Palmizi). “Pupo” si ispira alla figura di Pinocchio, protagonista del capolavoro di Carlo Lorenzini, in arte Collodi, «sulla metamorfosi della marionetta che sogna di diventare bambino». Un personaggio fantastico, un “ragazzo di legno” ribelle e irrequieto, un eterno fanciullo, la cui massima aspirazione, e premio finale per la sua “bontà”, è trasformarsi in un ragazzo in carne e ossa, un bambino come tutti gli altri. Sulla falsariga dell’opera collodiana, intesa come “romanzo di formazione”, “Pupo” «indaga il tema della crescita e della consapevolezza, di come un bambino innocente e curioso inizia a interagire con il mondo, mettendosi continuamente in gioco nella relazione con gli altri e con i propri limiti». Nel suo passaggio dall’infanzia all’adolescenza, verso l’età adulta, il protagonista si confronta con le proprie inclinazioni e con le prime tentazioni, ma anche con le influenze esterne e le cattive compagnie, «imparando ad accettare e perdonare i propri errori e debolezze attraverso la gentilezza e il potere del perdono». Incentrato su Pinocchio, impegnato in «un perenne tentativo di diventare la versione migliore di sé», “Pupo” di Sofia Nappi è «un invito a non dimenticare il bambino che c’è in noi, la marionetta di legno impulsiva e giocosa che siamo stati un tempo, l’esuberante e incontenibile desiderio di danzare».

(Auto)ritratto d’artista – giovedì 15 aprile alle 21 – con “Alice (non canta) De André”, uno spettacolo scritto e interpretato dall’attrice, regista e performer Alice De André, dove la nipote del grande cantautore genovese affronta il tema di un’eredità importante, tra il senso di responsabilità e i legami di stima e di affetto, ma anche il desiderio di seguire le proprie inclinazioni a dispetto delle aspettative altrui. La figlia di Cristiano De André, classe 1999, diplomata all’Accademia 09 di Milano, ritorna nell’Isola con una pièce autobiografica, dove con ironia e profondità parla del suo rapporto con le sue origini: «Alice entra in scena con un cognome che non si può sussurrare. Di quelli che arrivano prima di te, che sollevano aspettative, che creano equivoci» – come si legge nella presentazione –. «Ma Alice no. Alice non canta De André. Non per ribellione, né per distanza. La voce di Alice non imita, racconta. Non si alza per fare il verso: si abbassa per farsi ascoltare». Uno spettacolo coinvolgente e intenso, che arriva dritto al cuore, con un allestimento scarno e essenziale: «C’è un violoncello sul palco. Una storia – anzi, tante. Un nonno mai conosciuto, canzoni che hanno segnato i passi, profumi di Sardegna, ricordi rubati, domande senza risposte, momenti buffi, teneri, spiazzanti. E poi c’è lei, Alice, che prova – con grazia e un’ironia disarmata – a diventare se stessa. Con un cognome pesante sulle spalle e una leggerezza tutta sua nei piedi». “Alice (non canta) De André” «non è uno spettacolo su Fabrizio De André. E’ uno spettacolo dopo De André. Un omaggio rovesciato. Un modo per dire: sì, mi chiamo così. Ma adesso, ascolta il resto».

Finale con brio – lunedì 26 aprile alle 21 – su “Ti ho sposato per allegria”, fortunata commedia di Natalia Ginzburg, con Giampiero Ingrassia, Marianella Bargilli e Lucia Vasini, e con Claudia Donadoni e Viola Lucio, musiche di Alessandro Nidi e Andrea Centonze, disegno luci di Mattia De Pace, video di Marco Schiavoni e manichini di Raffaella Montaldo, per la regia di Emilio Russo (produzione Tieffe Teatro – Teatro Menotti). Una pièce brillante incentrata sul rapporto di coppia e sulle relazioni umane, con una cifra ironica e garbata, in cui attraverso le conversazioni tra i protagonisti – Pietro e Giuliana, due giovani sposi, intorno a cui si muovono Vittoria (la domestica) e la madre e la sorella di Pietro – emergono le storie e i caratteri di ciascuno, in un insolito ritratto di famiglia. Natalia Ginzburg, scrittrice e drammaturga, figura di spicco della cultura italiana del Novecento, vincitrice del Premio Strega con “Lessico Famigliare”, in “Ti ho sposato per allegria” tratteggia dei personaggi dalla psicologia complessa, a partire da Giuliana, una donna moderna, libera e emancipata, apparentemente svagata, che nei dialoghi con il marito alterna dubbi esistenziali e riflessioni filosofiche. Una creatura affascinante, incarnazione di una femminilità spregiudicata, apparentemente fragile, ma anche capace di resistere alle intemperie della vita, pronta a raccontare e raccontarsi con una naturalezza e una grazia che illuminano lo squallore della miseria e una ingenuità quasi infantile. Nella leggerezza con cui si muove nel mondo, si cela il segreto dell’allegria, che incanta Pietro, uomo serio e razionale, quasi troppo maturo e equilibrato per la sua età, e rappresenta un ingrediente indispensabile per la felicità.

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