Le parole del ministro Guido Crosetto sulle presunte “cellule dormienti iraniane” nel mondo non sono solo discutibili: sono l’ennesimo esempio di una narrazione costruita più sulla convenienza geopolitica che sulla realtà dei fatti.
È una tesi che fa rumore, che funziona mediaticamente, ma che non regge a un’analisi seria.
Non esiste, nella storia recente, un fenomeno strutturato e globale di terrorismo iraniano paragonabile a quello che invece ha avuto matrici ben precise e documentate. Il terrorismo jihadista che ha colpito l’Europa negli ultimi decenni — da Parigi a Bruxelles, da Madrid a Londra — ha avuto una matrice prevalentemente sunnita, spesso legata a reti ideologiche e finanziarie riconducibili all’area wahhabita. Un’area che guarda a Arabia Saudita come punto di riferimento culturale e religioso.
Questo è un dato. Non un’opinione.
Eppure, nel dibattito pubblico occidentale, si continua a spostare il bersaglio. Si costruisce un nemico utile, funzionale agli equilibri internazionali del momento. Oggi è l’Iran. Ieri era un altro. Domani sarà qualcun altro ancora.
L’Iran può essere criticato su molti fronti: politica interna, diritti civili, ruolo regionale. Ma attribuirgli una regia globale del terrorismo internazionale è una forzatura che sfiora la propaganda.
Perché se vogliamo parlare seriamente di terrorismo, dobbiamo avere il coraggio di dire le cose come stanno: le principali organizzazioni terroristiche che hanno insanguinato l’Occidente — da Al-Qaeda all’ISIS — sono nate e cresciute in un contesto ideologico sunnita radicale, non sciita. E questo non è un dettaglio, è la chiave di lettura.
Il problema è che dirlo apertamente crea imbarazzo. Perché significa mettere in discussione alleanze strategiche, rapporti economici, equilibri energetici. Significa guardare in faccia una verità scomoda: che il terrorismo che abbiamo combattuto per vent’anni non nasce a Teheran.
Le dichiarazioni di Crosetto, quindi, non sono solo sbagliate. Sono pericolose. Perché contribuiscono a deformare la percezione pubblica, a creare confusione, a legittimare una lettura distorta dei conflitti globali.
E soprattutto spostano l’attenzione dal vero nodo: il terrorismo non si combatte inventando nuovi nemici, ma riconoscendo quelli reali.
Il rischio è che, continuando su questa strada, si finisca per combattere guerre sbagliate contro avversari sbagliati. Con risultati che abbiamo già visto: instabilità, caos, e un mondo sempre più insicuro.
La verità è che il terrorismo non è una bandiera da agitare a seconda delle convenienze politiche. È un fenomeno complesso, che richiede rigore, memoria e onestà intellettuale.
Tutto il resto è propaganda.
Di Raimondo Schiavone