«Sostenere che il cosiddetto recupero della sabbia attraverso il trattamento della posidonia rimossa dall’arenile sia uno strumento in grado di “salvare” le nostre spiagge è un racconto non solo fuorviante, ma pericoloso, perché contribuisce a promuovere un modello di gestione dell’ambiente marino che, lungi dal salvarlo, rischia di comprometterlo gravemente».
Lo afferma Sandro Demuro, docente del Dipartimento di Scienze chimiche e geologiche dell’Università di Cagliari e responsabile scientifico del progetto Neptune e del MedCoastLab, esprimendo forte preoccupazione per la crescente diffusione dell’uso di mezzi meccanici nella pulizia degli arenili e, soprattutto, per il consolidarsi dell’idea che il trattamento della posidonia, finalizzato al “recupero della sabbia”, possa rappresentare una soluzione sostenibile e addirittura contribuire a salvare le coste.
«La sabbia e, soprattutto, la spiaggia – spiega Sandro Demuro – si salvano solo lasciando che la natura svolga il proprio lavoro, un lavoro che sa fare benissimo da sola. Rimuovere la posidonia con mezzi meccanici, caricarla sui camion e trasferirla in centri di trattamento non salva nulla: al contrario, contribuisce in modo significativo all’erosione delle spiagge e aumenta il rischio di inondazioni costiere».
«Sono centinaia i lavori scientifici che lo dimostrano – aggiunge –. In Sardegna, inoltre, operano centri di ricerca che rappresentano vere eccellenze a livello internazionale, come il Consiglio Nazionale delle Ricerche con sede a Oristano e il MedCoastLab dell’Università di Cagliari. Numerosi ricercatori studiano da anni il ruolo della biomassa nella genesi, nel funzionamento e nella morfodinamica delle spiagge».
«Da tempo – prosegue Demuro – questi stessi ricercatori denunciano, supportati da dati scientifici, pubblicazioni, manuali di buone pratiche, documentari e attività di divulgazione, i danni causati dagli interventi di “finta pulizia” effettuati con trattori e ruspe, spesso privi di qualsiasi criterio scientifico e sproporzionati rispetto alle reali esigenze dei litorali».
«È proprio l’uso di mezzi meccanici pesanti – attraverso operazioni di spianamento, spostamento e compattazione tipiche di ambiti agricoli o stradali – a determinare la distruzione progressiva delle spiagge e dei sistemi dunali».
«Eventi come il ciclone Harry dimostrano in modo evidente quanto sia controproducente intervenire con mezzi meccanici sugli arenili – osserva Sandro Demuro –. In quel caso, la mareggiata ha prodotto cambiamenti significativi ma del tutto naturali, contribuendo di fatto a ricostruire la spiaggia attraverso l’apporto di nuova sabbia e biomassa».
«La spiaggia ha reagito riorganizzando i sedimenti, formando nuove morfologie e importanti zone di accumulo che svolgono una funzione essenziale di protezione contro l’erosione. L’arrivo di sedimenti, sia terrigeni che biogenici, ha favorito la crescita della spiaggia, migliorandone pendenza e permeabilità e rafforzandone la capacità di risposta agli eventi estremi».
«Intervenire, come è stato fatto in molti casi, con ruspe e trattori per spianare, riprofilare o rimuovere la biomassa (in prevalenza posidonia oceanica) ha significato interrompere processi naturali fondamentali. Si tratta, tra l’altro, di operazioni sproporzionate che alterano la dinamica morfologica e sedimentaria dell’arenile e compromettono equilibri che si sono appena ricostituiti».















