Storie d’amore e disamore e cronache sportive, allegorie del presente e riflessioni su cultura ed identità, accanto ad un (auto)ritratto d’artista, con la Stagione di Prosa | Musica & Circo Contemporaneo 2026-2027 organizzata dal CeDAC / Circuito Multidisciplinare dello Spettacolo dal Vivo in Sardegna al Teatro San Bartolomeo di Meana Sardo, con la direzione artistica di Valeria Ciabattoni e con il patrocinio ed il sostegno del MiC / Ministero della Cultura, della Regione Autonoma della Sardegna e del Comune di Meana Sardo e con il contributo della Fondazione di Sardegna. Dieci titoli in cartellone da ottobre ad aprile, tra spettacoli e concerti, con nomi di spicco della scena italiana (e non solo), dall’attore e conduttore Ettore Bassi con “Questo matrimonio non s’ha da fare”, un melologo tratto da “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni; ad Antonella Attili (attrice di teatro e cinema, diretta da registi come Giuseppe Tornatore, Margarethe von Trotta, Pupi Avati, Anthony Minghella ed Ettore Scola, interpreta Agnese Amato ne “Il paradiso delle signore”) accanto a Giancarlo Commare e Ania Rizzi Bogdan in “Bandiera” di Lucia Franchi e Luca Ricci (CapoTrave) ed Antonio Cornacchione, autore ed interprete, con Pino Quartullo ed Alessandra Faiella di “Basta Poco”, una moderna farsa sulla crisi degli alloggi.
Sotto i riflettori anche Giovanni Carroni con “Sos Sinnos”, dal romanzo di Michelangelo Pira, con il Tenore di Bitti “Mialinu Pira”; Alice Bertini, autrice di “Contratto / Dialogo per un Rapporto di Coppia”, in scena con Federico Gatti (sua la regia, a quattro mani con Edoardo Rinaldi); l’ex campione di volley Andrea Zorzi, detto “Zorro” e Beatrice Visibelli ne “La Magnifica Imperfezione / Giro del mondo su una palla in volo” di Nicola Zavagli e l’attrice e performer Alice De André con il suo spettacolo “Alice (non canta) De André”.
Spazio al nouveau cirque con “Sconcerto d’Amore” ovvero “Le acrobazie musicali di una coppia in disaccordo” della Compagnia Nando e Maila e alla musica con il concerto della cantante Stefania Secci Rosa, accompagnata da un affiatato ensemble; e ancora una moderna rilettura di un dramma shakespeariano con “Troilo e Cressida” de I Sacchi di Sabbia, dove gli opposti schieramenti e le imprese degli eroi durante la guerra di Troia vengono rappresentati in chiave sportiva, in una «tragicomica parodia della pace».
«Siamo molto soddisfatti di poter proporre anche quest’anno una stagione teatrale ricca e articolata, pensata per coinvolgere pubblici diversi: dai bambini, dai ragazzi agli adulti, fino ai nostri anziani» – sottolinea Milena Pisu, assessora allo Spettacolo del Comune di Meana Sardo –. «Accanto agli spettacoli di prosa, abbiamo voluto dare spazio a incontri, laboratori e momenti di condivisione tra generazioni, perché crediamo che il teatro non sia soltanto cultura e spettacolo, ma soprattutto comunità: un’occasione per incontrarsi, stare insieme e crescere insieme.
Vogliamo inoltre che il Teatro San Bartolomeo continui sempre più ad essere un punto di riferimento culturale per il territorio, aperto e capace di coinvolgere anche le comunità dei paesi vicini. In una fase storica in cui le nostre aree interne devono confrontarsi con lo spopolamento e con la progressiva riduzione delle occasioni di socialità, investire nella cultura significa anche creare nuove occasioni di incontro, rafforzare i legami tra le persone e tra i paesi e contribuire a mantenere vive le nostre comunità. È questa l’idea che portiamo avanti da anni: fare del teatro un luogo aperto, nel quale un territorio possa incontrarsi, riconoscersi e sentirsi comunità».
La Stagione di Meana Sardo propone una programmazione interessante e variegata, capace di attrarre e incuriosire diverse fasce di pubblico, dagli amanti del teatro agli appassionati di sport, con un ricco carnet di spettacoli accanto alle incursioni nella musica e nel nouveau cirque, per affrontare attraverso il linguaggio simbolico del teatro e delle arti della scena temi universali e di forte attualità, a partire dalle variazioni sull’amore, già nel melologo manzoniano dove le vicende dei due giovani fidanzati s’intrecciano alla Storia, poi nel divertente “Sconcerto d’Amore” di e con Ferdinando d’Andria e Maila Sparapani, tra acrobazie, oggetti volanti e giochi di seduzione a suon di musica e nel “Contratto” di e con Alice Bertini, dove le regole e gli accordi per un buon matrimonio si sostituiscono alla passione e infine l’amore di due giovani in “Troilo e Cressida” che sboccia e sfiorisce durante l’assedio della città di Troia.
Focus sulla crisi degli alloggi e sulle “lotte tra poveri” in “Basta Poco” di e con Antonio Cornacchione mentre in “Bandiera” di Lucia Franchi e Luca Ricci un surreale “sequestro di persona” tra comunicazioni extraterrestri e visioni messianiche diventa lo spunto per una riflessione sul destino dell’umanità. Un ideale viaggio intorno al mondo con “La Magnifica Imperfezione” dove Andrea Zorzi, detto “Zorro” e Beatrice Visibelli raccontano il gioco della pallavolo e un affresco dell’Isola in “Sos Sinnos”, dal romanzo di Michelangelo Pira, in cui Giovanni Carroni evoca la scoperta del linguaggio e del potere delle parole e l’esperienza del mondo, fino al ritorno alla terra d’origine, attraverso la cifra immaginifica dell’intellettuale e scrittore bittese. Infine un omaggio al cantautore genovese che ha scelto la Sardegna come patria d’elezione con “Alice (non canta) De André”, originale monologo di e con Alice De André.
IL CARTELLONE
Omaggio al genio di Alessandro Manzoni – sabato 24 ottobre alle 21 – con “Questo matrimonio non s’ha da fare”, un melologo per voce recitante e pianoforte su “I Promessi Sposi”, con Ettore Bassi accompagnato dal pianista e compositore Marco Beretta, per la regia di Alberto Oliva (produzione Nel Pozzo Del Giardino Aps – distribuzione Reggio Iniziative Culturali). Un omaggio al celebre scrittore, poeta e drammaturgo milanese, personalità di spicco della letteratura italiana nella ricca temperie culturale dell’Ottocento, tra Neoclassicismo e Romanticismo, spirito innovatore e tra gli artefici del romanzo moderno, con la capacità di attingere alle fonti storiche per disegnare lo sfondo su cui inserire le trame più o meno complicate delle vite di personaggi reali e immaginari, con la trasposizione del suo capolavoro. “Questo matrimonio non s’ha da fare” è una raffinata e coinvolgente versione teatrale del romanzo, dove i passaggi più significativi sono messi in risalto dalle musiche originali di Marco Beretta, che evocano atmosfere e stati d’animo dei protagonisti di una vicenda intricata e ricca di colpi di scena, ambientata in un’epoca travagliata da guerre e ingiustizie. Viaggio nell’universo manzoniano, tra le peripezie di due giovani fidanzati, Renzo e Lucia, che si innestano e si intrecciano al corso della Storia, e in particolare con le cronache della peste di Milano del 1630: nel romanzo, in cui cui l’autore mette in risalto il ruolo della Provvidenza a fronte dell’arbitrio degli uomini, emergono figure emblematiche come Fra Cristoforo e l’Innominato, accanto a Gertrude, la Monaca di Monza e alla saggia Agnese, madre di Lucia; il perfido don Rodrigo con i suoi bravi e il timoroso don Abbondio, con la fida Perpetua; e ancora l’avvocato Azzecca-garbugli, donna Prassede e don Ferrante; l’indimenticabile madre di Cecilia e il cardinale Federigo Borromeo, in un suggestivo affresco di varia umanità.
Il fascino del nouveau cirque – sabato 7 novembre alle 21 – con “Sconcerto d’Amore”, ovvero “Le acrobazie musicali di una coppia in disaccordo” di e con Ferdinando D’Andria e Maila Sparapani, con la collaborazione artistica di Marta Dalla Via e Carlo Boso, disegno luci e audio a cura di Federico Cibin, scenografie di Ferdinando D’Andria e Studio Sossai e messa in scena di Luca Domenicali (produzione Compagnia Nando e Maila ETS). Una pièce originale e divertente sui capricci del cuore e sulle (dis)avventure sentimentali di due personaggi, in bilico tra amore e disamore, tra fughe e inseguimenti, numeri acrobatici, giocoleria e canzoni, nel tentativo di ritrovare la perduta armonia. “Sconcerto d’Amore” mette in scena una “crisi” che rompe l’idillio, nel tentativo di sconfiggere la noia della routine, tra giochi di seduzione, sguardi “assassini”, frecce di Cupido e mele fatali. Una inedita «commedia all’italiana, dove si passa dal rock alla musica pop suonata a testa in giù dai tessuti aerei, fino a toccare arie d’opera e musica classica», e la coppia sembra potersi trasformarsi in un triangolo, con il coinvolgimento di un ignaro spettatore, in un comico crescendo, tra colpi di scena e gags, per arrivare all’atteso lieto fine. La Compagnia Nando e Maila, fondata nel 1997, propone spettacoli adatti a un pubblico di tutte le età, in cui si fondono teatro e danza, musica e arti circensi: Ferdinando D’Andria e Maila Sparapani (in coppia nella vita come sul palcoscenico), tra i pionieri del nouveau cirque in Italia, con le loro produzioni come “Kalinka” (2004), “Sconcerto d’Amore” (2010), “Cabaret Circense” (2018) e “Sonata per Tubi” (2019) sono spesso ospiti di rassegne teatrali e festivals nazionali e internazionali. Al Premio Internazionale Città di Gerace 2026, hanno ricevuto il Premio alla Carriera «per l’originalità della ricerca artistica, la qualità delle produzioni e il prezioso contributo offerto, nel corso degli anni, allo sviluppo dello spettacolo di strada e del circo contemporaneo».
Una moderna “farsa” politicamente scorretta sulla crisi degli alloggi – venerdì 18 dicembre alle 21 – con “Basta Poco” di Antonio Cornacchione, protagonista sulla scena con Pino Quartullo e Alessandra Faiella, con la partecipazione in video di Pierluigi Bersani e Giovanni Storti, per la regia di Marco Rampoldi (co-produzione CMC/Nidodiragno e Rara produzione). Una pièce di teatro civile, che affronta un tema di scottante attualità come la difficoltà di trovare un’abitazione in città, tra l’alto costo degli affitti e le oscillazioni del mercato immobiliare, a fronte dell’inadeguatezza dell’edilizia pubblica, con la cronica scarsità di case popolari rispetto al numero crescente degli aventi diritto, tra le nuove classi di poor workers e disoccupati, oltre alle famiglie di immigrati. In graduatoria, con il miraggio di un appartamento dignitoso, folle di diseredati, ma anche semplicemente padri e madri separati, accanto ad anziani sfrattati, perché una pensione non basta più per pagare l’affitto o i proprietari preferiscono vendere o magari trasformare la casa in un B&B, seguendo l’onda della “gentrification”. In “Basta Poco”, il protagonista, Palmiro, un tipografo sull’orlo del fallimento, riceve l’ordine di sfratto mentre l’appartamento viene assegnato ad una famiglia di Rom: l’uomo si trova così «al centro di una disputa politica tra centri sociali, che lo vorrebbero cacciare, e neofascisti, che lo difendono strumentalmente in cambio di una adesione ideologica, mettendo a dura prova le sue certezze». In una commedia ironica e spietata, dove si evidenzia la lotta tra poveri, che invece di unirsi per rivendicare i propri diritti, vedono gli altri più sfortunati di loro come nemici pericolosi, si insinua un elemento surreale: «come mai fra tutte le persone che si contendono la ‘pedina’ c’è una strana somiglianza?».
Viaggio nella memoria e tra i paesaggi dell’Isola – sabato 16 gennaio alle 21 – con “Sos Sinnos”, uno spettacolo di e con Giovanni Carroni (che firma drammaturgia e regia), tratto dall’omonimo romanzo di Michelangelo Pira, con la partecipazione del Tenore di Bitti “Mialinu Pira” e le musiche in scena di Mauro Mibelli – produzione Bocheteatro. Una pièce intrigante, che mette a confronto la realtà di un piccolo paese della Barbagia, nel cuore dell’Isola, e le atmosfere cittadine, attraverso lo sguardo disincantato dell’antropologo, giornalista e scrittore ma anche quello ammaliato di un fanciullo alla scoperta del mondo e del significato – astratto e concreto – delle parole. «“Sos Sinnos” rimane il tentativo più importante di usare la lingua sarda, nella varietà bittese, per un’opera di respiro mondiale» – sottolinea Giovanni Carroni –. «Su Tempus de su Parpu e de s’Arrastu (Il tempo del tasto e del fiuto), segna il passaggio dall’immateriale alla natura e all’incarnazione nell’umano; i versi inarticolati si fanno parola e quindi scrittura, quasi geroglifica, che solo Su Deinu (L’indovino), sa interpretare. Poi si entra nell’universo de sos contos (i racconti) di Bitti, paese natale dell’intellettuale e scrittore: il mondo pastorale in Mialianu (Emiliano) assume una forte carica simbolica, che conduce all’iperrealismo de Sa Cramata de sos Mortos (La chiamata dei morti)». Infine – conclude Giovanni Carroni – «nell’ultima parte, più scopertamente, l’autore stesso si fa personaggio del mondo che racconta, e in una progressione visionaria chiama l’umanità perduta del proprio villaggio e del mondo intero a tornare a sa Libra, malgrado sia una “crastazza”, una pietraia buona solo per le capre», che però rappresenta «il luogo simbolico di una perduta pienezza dell’umano».
Intriganti melodie tra echi mediterranei e delle musiche del mondo – sabato 30 gennaio alle 21 – con il concerto della cantautrice Stefania Secci Rosa alla testa del suo Quartetto, con Francesca Puddu (chitarra e voce), Fabrizio Lai (chitarra, bouzuki e percussioni) e Simone Soro (violino), per “Un Viaggio tra Radici, Orizzonti e Libertà” (produzione Medinsard / Centro di Produzione Musicale,) che rappresenta «il resoconto poetico e intimo» di una incessante ricerca artistica attraverso differenti territori sonori. Stefania Secci Rosa infatti è «un’appassionata indagatrice ed elaboratrice di musiche tradizionali», con un percorso che spazia tra lingue e culture di varie regioni del pianeta, dalle calde sonorità del Portogallo e di Capo Verde all’anima dell’Europa dell’Est e all’intensità del mondo iberico, senza dimenticare il ricco patrimonio musicale della sua Sardegna. “Un Viaggio tra Radici, Orizzonti e Libertà”, dunque, che compone un ricco mosaico di suoni e suggestioni, esperienze ed incontri, a cui s’intrecciano in modo indissolubile le influenze della musica folk e celtica, vissute e interiorizzate profondamente durante gli anni trascorsi nel Regno Unito. Tutte queste radici, geograficamente e storicamente distanti, trovano sotto la sua voce una sintesi perfetta, fondendosi in un linguaggio personale e inconfondibile: sul palco, tradizione e contemporaneità non smettono mai di dialogare, dando vita a un suono elegante che si muove con naturalezza tra sfumature folk, jazz e pop. Un’antologia di canzoni, arricchita dai brani del suo album “Sola” (S’ardmusic) e dagli echi del Progetto 25, che celebra i suoi primi venticinque anni di carriera, per raccontare storie di viaggi e affrontare temi pregnanti come «identità, appartenenza e cambiamento». Stefania Secci Rosa si fa da sempre portavoce di tematiche sociali e politiche: «tra la denuncia delle ingiustizie e un inesauribile desiderio di meraviglia, la sua musica si trasforma in una sfida coraggiosa ai confini, siano essi quelli visibili tracciati sulle mappe, o quelli invisibili che ci portiamo dentro».
Una storia di sport tra successi e sconfitte, incontri e avventure – sabato 13 febbraio alle 21 – con “La Magnifica Imperfezione / Giro del mondo su una palla in volo”, uno spettacolo scritto e diretto da Nicola Zavagli e interpretato da Andrea Zorzi e Beatrice Visibelli (produzione Teatri d’Imbarco). Un funambolico viaggio nell’universo della pallavolo, una disciplina nata in America, nel Massachusetts alla fine dell’Ottocento da un’idea di William Morgan, dapprima con il nome di Mintonette, poi trasformato in volleyball e approdata alle Olimpiadi nel 1964. Sul palco Andrea Zorzi, detto “Zorro”, un fuoriclasse della pallavolo, esponente della “generazione di fenomeni” che guidata da Julio Velasco ha portato l’Italia al trionfo dalla fine degli Anni Ottanta e l’attrice Beatrice Visibelli, protagonisti di un coinvolgente racconto per quadri, attraverso cinque continenti, tra gare e tornei, performances straordinarie e strategie di un gioco di squadra, prezioso sul campo come nella vita. “La Magnifica Imperfezione” ripercorre la diffusione e la progressiva affermazione in tutto il pianeta di uno sport fatto di tecnica e agilità, visione d’insieme e “regia”, velocità e potenza: sullo sfondo, scenari mutevoli, «dai porti affollati agli oceani sterminati, dalle palestre e dagli oratori di provincia ai campi improvvisati tra pretini e militari russi; dalle atmosfere sospese delle streghe giapponesi all’energia colorata degli hippy californiani, fino agli incontri con fenomeni italiani». Una pièce teatrale per raccontare «la forza universale dello sport come esperienza condivisa e come linguaggio senza confini». Un viaggio nel tempo che si intreccia alla storia del Novecento, e «si spinge fino all’immaginario collettivo delle nuove generazioni, evocando Mila e Shiro, icone di un cartone animato che ha appassionato i giovani Millennials, testimoniando come la pallavolo, tra realtà e fantasia, abbia saputo diventare parte integrante di un patrimonio culturale globale».
Una tragedia elisabettiana, rielaborata in chiave contemporanea – sabato 27 febbraio alle 21 – con “Troilo e Cressida”, uno spettacolo de I Sacchi di Sabbia (da William Shakespeare) con Gabriele Carli, Giulia Gallo, Giovanni Guerrieri e Enzo Illiano (produzione Compagnia Lombardi-Tiezzi in collaborazione con I Sacchi di Sabbia). La storia d’amore fra due giovani sboccia e sfiorisce, intrecciandosi ai crudi e sanguinosi episodi di una guerra: in un momento di tregua durante l’assedio di Troia, il principe Troilo, figlio del re Priamo s’invaghisce di Cressida, figlia dell’indovino Calcante; i due si scambiano effusioni e tenere promesse ma poi la fanciulla viene consegnata ai Greci. E quando Troilo ritrova l’amata, sorprendendola in atteggiamenti d’intimità con Diomede, sperimenta la delusione e l’amarezza del tradimento, quindi rinuncia al suo sogno d’amore e si persuade della leggerezza e volubilità di tutte le donne. La vicenda sentimentale s’innesta nella più complessa trama della guerra, che dopo sette anni sembra ormai trascinarsi, senza speranza di una rapida vittoria per l’uno o l’altro schieramento, tanto che Ettore, “annoiato”, lancia una sfida “cavalleresca”, promettendo che «a chiunque tra i Greci avrà il coraggio di affrontarlo in un combattimento “sportivo”, dimostrerà che la sua donna è di gran lunga più fedele di tutte le donne di Grecia». Tra le file dei greci intanto, Ulisse e Nestore si ingegnano di trovare uno stratagemma per indurre l’invincibile Achille a scendere nuovamente in battaglia, per cambiare le sorti del conflitto: qui il dramma shakespeariano, che attinge al medievale “Roman de Troie”, passando per il “Filostrato” di Giovanni Boccaccio e il poema “Troilus and Criseyde” di Geoffrey Chaucer, riprende il racconto dell’“Iliade”, fino alla morte di Ettore. Nella versione de I Sacchi di Sabbia è centrale l’idea della “tregua” che qui assume i toni di un evento sportivo, in una pièce che sulle tracce di Shakespeare rappresenta più che una cronaca di guerra, «una tragicomica parodia della pace».
Una riflessione sui desideri e le aspettative di una vita a due – sabato 13 marzo alle 21 – con “Contratto / Dialogo per un Rapporto di Coppia” di Alice Bertini, anche protagonista sulla scena insieme con Federico Gatti, con disegno luci di Marco D’Amelio, costumi di Nunzia Russo e scene di Samuele Sabbatini, movimento scenico a cura di Alberto Bellandi, regia di Eduardo Rinaldi e Federico Gatti (Compagnia Poveri Comuni Mortali – produzione Società per Attori). Una pièce originale che analizza, attraverso le esigenze dei due protagonisti, la paura della solitudine e la necessità di uniformarsi alle regole e ai modelli imposti dall’esterno, come il miraggio di un matrimonio ideale, per costruire le basi di una convivenza partendo dalla fine, ovvero «dalla profonda crisi dei rapporti d’amore, apparentemente condannati a cedere il passo ad una società che fonda i suoi principi sulla paura, compresa quella di amare». In “Contratto” una donna e un uomo s’incontrano «per la prima volta e per sempre» e seduti davanti a un tavolino in un caffè cercano di prevedere e prevenire tutte le questioni fondamentali e i possibili dilemmi, per scongiurare incomprensioni e equivoci, stabilendo fin da principio i termini chiari di un futuro legame costruito non sulla passione ma sulla razionalità. «Solo che anche nelle famiglie meglio pianificate, i piani studiati nei minimi dettagli possono essere stravolti dall’imprevedibile» – avverte l’autrice – che sceglie il classico «binomio Uomo-Donna» come modello universale (e intercambiabile) di coppia, attraverso cui affrontare un altro tema, legato all’idea tradizionale di famiglia, ma oggi più che mai attuale, nella lotta tra l’orologio biologico e l’affermazione professionale. “Contratto” parla infatti anche di “fertilità”: «come viene vissuta oggi, come possa diventare un’ossessione e come venga percepita socialmente come elemento fondamentale per “completare la coppia” e garantire la felicità».
Un inatteso e surreale “sequestro di persona” dagli esiti imprevedibili – mercoledì 24 marzo alle 21 – con “Bandiera”, uno spettacolo di Lucia Franchi e Luca Ricci, con Antonella Attili, Giancarlo Commare e Ania Rizzi Bogdan, con scenografie di Rosita Vallefuoco, costumi di Elena Minesso, sound design di Michele Boreggi e Lorenzo Danesin, disegno luci di Stefan Schweitzer, per la regia di Luca Ricci (produzione CapoTrave – Infinito srl). “Bandiera” parte dall’irruzione in casa di un primo ministro da parte di un giovane armato di motosega, che prende in ostaggio la moglie del politico e la governante con l’obiettivo di comunicare un messaggio da cui potrebbero dipendere le sorti del pianeta: la normale routine della vita domestica viene infranta da un’azione violenta, e si crea una situazione paradossale e gravida di suspense, in cui non mancano «elementi magici e messianici». Una storia tragicomica, ai confini della realtà: «una non meglio identificata civiltà extra-terrestre cerca da tempo di correggere i destini dell’umanità, inviando un proprio emissario che reca un messaggio per due terrestri di diversa collocazione sociale – rivelano gli autori – e se questi riusciranno a stabilire fra loro una concordanza di visioni e speranze, il mondo inizierà una nuova fase edenica». Tra ipotesi fantascientifiche, si affrontano temi importanti e attuali, «si parla di macro-economia, di come il vantaggio dei più ricchi poggi sullo sfruttamento dei poveri, sull’indebitamento di questi ultimi che crea sottomissione, e di come lo Stato sia complice di questa speculazione» e si discute della crisi del capitalismo, con l’inasprirsi delle diseguaglianze e di possibili soluzioni, per esempio «un giubileo che annulli tutti i debiti, come quelli che si facevano migliaia di anni fa, in Mesopotamia e in Egitto, dopo che un nuovo re o faraone era salito al trono», in un’allegoria del presente, che non rinuncia alla speranza di un futuro migliore.
(Auto)ritratto d’artista – sabato 17 aprile alle 21 – con “Alice (non canta) De André”, uno spettacolo scritto e interpretato dall’attrice, regista e performer Alice De André, dove la nipote del grande cantautore genovese affronta il tema di un’eredità importante, tra il senso di responsabilità e i legami di stima e di affetto, ma anche il desiderio di seguire le proprie inclinazioni a dispetto delle aspettative altrui. La figlia di Cristiano De André, classe 1999, diplomata all’Accademia 09 di Milano, ritorna nell’Isola con una pièce autobiografica, dove con ironia e profondità parla del suo rapporto con le sue origini: «Alice entra in scena con un cognome che non si può sussurrare. Di quelli che arrivano prima di te, che sollevano aspettative, che creano equivoci» – come si legge nella presentazione –. «Ma Alice no. Alice non canta De André. Non per ribellione, né per distanza. La voce di Alice non imita, racconta. Non si alza per fare il verso: si abbassa per farsi ascoltare». Uno spettacolo coinvolgente e intenso, che arriva dritto al cuore, con un allestimento scarno e essenziale: «C’è un violoncello sul palco. Una storia – anzi, tante. Un nonno mai conosciuto, canzoni che hanno segnato i passi, profumi di Sardegna, ricordi rubati, domande senza risposte, momenti buffi, teneri, spiazzanti. E poi c’è lei, Alice, che prova – con grazia e un’ironia disarmata – a diventare se stessa. Con un cognome pesante sulle spalle e una leggerezza tutta sua nei piedi». “Alice (non canta) De André” «non è uno spettacolo su Fabrizio De André. E’ uno spettacolo dopo De André. Un omaggio rovesciato. Un modo per dire: sì, mi chiamo così. Ma adesso, ascolta il resto».
PROGETTI: “IL FILO DEL SORRISO”
Un dialogo tra le generazioni, per rafforzare il senso di comunità: s’intitola “Il Filo del Sorriso” il laboratorio diretto da Mario Zucca e rivolto alle bambine e ai bambini come alle donne e agli uomini che hanno varcato la soglia della terza età, in programma dal 17 al 27 novembre a Meana Sardo, per ricreare il cerchio delle relazioni e restituire valore alla memoria e agli antichi saperi, riscoprendo l’importanza delle radici per guardare al futuro. Nella dimensione della vita paesana, le tradizioni e le conoscenze legate al mondo agro-pastorale costituiscono insieme ai ricordi un prezioso patrimonio immateriale: “Il Filo del Sorriso” è un atelier sulla creatività che mette a confronto i giovanissimi e gli anziani, quindi nonni e nipoti, per sfuggire ai rischi e alle conseguenze della globalizzazione e ritrovare la propria identità attraverso la condivisione dei ricordi e dei racconti, in armonia con la natura e con il ciclo delle stagioni, nello scorrere del tempo che conduce dall’infanzia alla vecchiaia.
“Il Filo del Sorriso / Atelier Teatrale Intergenerazionale di Comunità” a cura di Mario Zucca mette al centro «la risata e il meccanismo del comico»: atto catartico e contagioso, la risata assume anche un valore simbolico, oltre la dimensione del mero intrattenimento, come reazione davanti a una situazione comica, in quanto rappresenta uno «straordinario strumento di relazione, inclusione e resilienza». Infatti, «ridere insieme significa annullare le distanze anagrafiche e sociali: la memoria e l’ironia del tempo degli adulti incontrano la spontaneità e la vitalità dei più piccoli, scoprendo che i codici del cuore e del buonumore si tramandano immutati».
“Il Filo del Sorriso”, attinge alla memoria collettiva e sollecita la comicità naturale con “La Valigia dei Ricordi e il Gioco” per poi sperimentare l’Incontro tra generazioni e il Ribaltamento dei ruoli, si conclude con un esito scenico, che diventa spazio di condivisione e di sintesi, «un momento emozionante in cui i partecipanti mostrano al pubblico il risultato del viaggio compiuto insieme».





















