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Home Notizie Cultura

CeDAC a San Gavino Monreale: al via la Stagione 2026-2027

14 Ottobre 2026
in Cultura, Medio Campidano, Musica
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CeDAC a San Gavino Monreale: al via la Stagione 2026-2027
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Viaggio tra storie ed emozioni con un ricco carnet di spettacoli e concerti, tra riletture di classici e testi di autori contemporanei, intriganti coreografie e antologie di canzoni, oltre alle incursioni nel nouveau cirque, con la Stagione di Prosa | Musica | Danza & Circo Contemporaneo 2026-2027 organizzata dal CeDAC / Circuito Multidisciplinare dello Spettacolo dal Vivo in Sardegna al Teatro Comunale di San Gavino Monreale con la direzione artistica di Valeria Ciabattoni e con il patrocinio e il sostegno del MiC / Ministero della Cultura, della Regione Autonoma della Sardegna e del Comune di San Gavino Monreale e con il contributo della Fondazione di Sardegna. Dodici titoli in cartellone da novembre a maggio, tra antiche e moderne tragedie e brillanti commedie, raffinati monologhi, una “farsa” contemporanea e una “operaccia satirica”, affascinanti coreografie e suggestivi racconti sonori, con protagonisti del calibro di Marco Baliani con “L’ombra perduta di Peter Schlemihl”, dal romanzo di Adelbert von Chamisso e Pamela Villoresi con Giulio Corso in “Elettra 1944”, un’“Orestea” novecentesca, negli anni del Fascismo.

Sotto i riflettori anche Enzo Decaro, con “L’Avaro Immaginario / “In Viaggio verso Molière, da Napoli a Parigi”, una pièce metateatrale su una compagnia di comici viaggianti dall’Italia alla Francia e Gabriele Vacis, voce narrante nel “Prometeo”, da Eschilo, con i giovani attori e attrici di PoEM / Potenziali Evocati Multimediali, un dramma sulla ribellione e sulla libertà. L’irriverente e imprevedibile Paolo Rossi, con Caterina Gabanella e i musicanti Emanuele Dell’Aquila e Alex Orciari porta in scena “Onora i padri e paga la psicologa / Una nuova Operaccia Satirica”, dove un comico in terapia «confessa i suoi lati oscuri» e rende omaggio ai suoi maestri e l’attore e comico Antonio Cornacchione è autore e interprete, con Pino Quartullo e Alessandra Faiella, di “Basta Poco”, uno moderna “farsa” dove affronta in chiave umoristica e allegorica il tema scottante della crisi degli alloggi.

Viaggio in Sardegna con “Sos Sinnos” di e con Giovanni Carroni, dall’omonimo romanzo di Michelangelo Pira, con la partecipazione del Tenore di Bitti “Mialinu Pira” e le musiche di Mauro Mibelli; spazio alla Danza con “Poetry in the Park”, una creazione del danzatore e coreografo Marco Carrer per la Compagnia BalletXtreme su un poeta in cerca d’ispirazione e “Pupo” di Sofia Nappi (produzione Komoco e Sosta Palmizi), un racconto di formazione incentrato sulla figura di Pinocchio, il celebre “burattino” inventato da Carlo Collodi, per un’indagine sulla libertà dell’infanzia e su «l’esuberante e incontenibile desiderio di danzare».

La magia del nouveau cirque con il coinvolgente “Sconcerto d’Amore” della Compagnia Nando e Maila, ovvero “Le acrobazie musicali di una coppia in disaccordo”, tra danze aeree, giocoleria e arditi voli sul trapezio, in bilico tra la noia della routine e i fatali dardi di Cupido, mentre “Migrantes / Un Viaggio Musicale tra Tradizione, Integrazione e Diversità” di e con Andrea Manzoni (pianoforte) e Mauro Sigura (oud), tra echi mediterranei, jazz e sonorità arabo-ottomane, ripercorre l’itinerario dei migranti, tra « il sogno, la speranza e il viaggio» ed il cantautore siciliano Mario Venuti in duo con il conterraneo Tony Canto propone il concerto “Mai Come Ieri”: un dialogo tra due voci e due chitarre, per un’antologia di brani che sintetizzano quarant’anni d’amicizia, e di musica, tra pop, bossa nova e samba, con una cifra raffinata e intimistica, per un ideale viaggio tra Sicilia e Brasile.

«A San Gavino Monreale c’è sempre una bella attesa per l’inizio della nuova stagione teatrale CeDAC – afferma Riccardo Pinna, assessore alla Cultura, allo Spettacolo, alla Promozione della Città e al Turismo di San Gavino Monreale –. Gli appuntamenti, che negli anni sono diventati una presenza importante e consolidata nella vita culturale della nostra città, anche quest’anno ci regaleranno dodici occasioni per emozionarci, sorridere, riflettere e stare insieme. Abbiamo la fortuna di avere un teatro di ottimo livello e vogliamo continuare a viverlo, riempiendolo di persone, di storie e di emozioni. Per questo invitiamo tutti a lasciarsi incuriosire dal nuovo cartellone e a tornare a teatro: perché lo spettacolo dal vivo, quando lo si condivide, ha sempre qualcosa di speciale».

La Stagione di San Gavino Monreale affronta temi attuali e universali come il conflitto tra le generazioni, che diventa scontro tra fascisti e partigiani nella Roma occupata in “Elettra 1944” di Giancarlo Nicoletti e la ribellione contro l’autorità e gli abusi di potere in “Prometeo”, nella versione di Gabriele Vacis , tra un omaggio al genio di Molière con “L’Avaro Immaginario” di e con Enzo Decaro e la storia de “L’ombra perduta di Peter Schlemihl”, il giovane povero che cede alle lusinghe del demonio, in cambio della ricchezza, per poi ritrovarsi solo e amareggiato, emarginato a causa della sua diversità, raccontata da Marco Baliani. I capricci del cuore in “Sconcerto d’Amore” della Compagnia Nando e Maila, con due favolosi clowns e musicisti come Ferdinando D’Andria e Maila Sparapani; un excursus tra umane fragilità e talento con “Onora i padri e paga la psicologa” di e con Paolo Rossi e una riflessione sulla crisi degli alloggi e sulle moderne lotte tra poveri in “Basta Poco” di e con Antonio Cornacchione. In “Sos Sinnos”, dal romanzo di Michelangelo Pira, Giovanni Carroni racconta la scoperta del potere evocativo delle parole ed un’edenica infanzia del mondo; “Migrantes” di e con Mauro Sigura e Andrea Manzoni traduce in musica il viaggio di donne e uomini verso la speranza di un futuro migliore; mentre Mario Venuti e Tony Canto in “Mai Come Ieri” propongono un’antologia di successi, tra il fascino della bossa nova e la saudade brasiliana. Le visioni di un giovane poeta, e l’incontro con Gabriele D’Annunzio, Alda Merini e Antonia Pozzi in “Poetry in the Park” di Marco Carrer per BalletXtreme, un balletto che sposa l’eleganza del Neoclassicismo, sulle note di Georges Bizet e Fryderyk Chopin, alla forza espressiva della poesia ed una rilettura in chiave contemporanea del personaggio di Pinocchio in “Pupo” di Sofia Nappi per Compagnia Komoco e Sosta Palmizi, in cui l’energia e la libertà della danza israeliana, tra il linguaggio Gaga di Ohad Naharin e la cifra immaginifica di Hofesh Shechter si mescolano al dinamismo della breakdance, in un’evoluzione dall’età dell’innocenza, attraverso incontri e seduzioni pericolose, fino alla piena consapevolezza di sé.

Una programmazione variegata, pensata per attrarre diverse fasce di pubblico, con una particolare attenzione alle giovani generazioni, tra riletture di classici e testi originali, privilegiando i linguaggi del contemporaneo e le contaminazioni tra generi e stili, per un’indagine sulle umane passioni. La Stagione di San Gavino Monreale si rivolge agli amanti del teatro, spaziando dalla tragedia greca con “Prometeo” ad un dramma moderno come “Elettra 1944”, dai capolavori di Molière “rivisitati” in versione partenopea al teatro di narrazione con un maestro come Marco Baliani, fino alla satira di Paolo Rossi ed Antonio Cornacchione. Un’incursione nel nouveau cirque con il delizioso “Sconcerto d’Amore” – adatto a grandi e piccini – che apre il cartellone, accanto agli intrecci fra danza, letteratura e poesia con “Pupo” e “Poetry in the Park”, fino ad un ideale viaggio tra sogni e speranze con “Migrantes” ed al dialogo sonoro di “Mai Come Ieri”.

IL CARTELLONE

Il fascino del nouveau cirque – giovedì 5 novembre alle 21 – con “Sconcerto d’Amore”, ovvero “Le acrobazie musicali di una coppia in disaccordo” di e con Ferdinando D’Andria e Maila Sparapani, con la collaborazione artistica di Marta Dalla Via e Carlo Boso, disegno luci e audio a cura di Federico Cibin, scenografie di Ferdinando D’Andria e Studio Sossai e messa in scena di Luca Domenicali (produzione Compagnia Nando e Maila ETS). Una pièce originale e divertente sui capricci del cuore e sulle (dis)avventure sentimentali di due personaggi, in bilico tra amore e disamore, tra fughe e inseguimenti, numeri acrobatici, giocoleria e canzoni, nel tentativo di ritrovare la perduta armonia. “Sconcerto d’Amore” mette in scena una “crisi” che rompe l’idillio, nel tentativo di sconfiggere la noia della routine, tra giochi di seduzione, sguardi “assassini”, frecce di Cupido e mele fatali. Una inedita «commedia all’italiana, dove si passa dal rock alla musica pop suonata a testa in giù dai tessuti aerei, fino a toccare arie d’opera e musica classica», e la coppia sembra potersi trasformarsi in un triangolo, con il coinvolgimento di un ignaro spettatore, in un comico crescendo tra colpi di scena e gags, per arrivare all’atteso lieto fine. La Compagnia Nando e Maila, fondata nel 1997, propone spettacoli adatti a un pubblico di tutte le età, in cui si fondono teatro e danza, musica e arti circensi: Ferdinando D’Andria e Maila Sparapani (in coppia nella vita come sul palcoscenico), tra i pionieri del nouveau cirque in Italia, con le loro produzioni come “Kalinka” (2004), “Sconcerto d’Amore” (2010), “Cabaret Circense” (2018) e “Sonata per Tubi” (2019) sono spesso ospiti di rassegne teatrali e festivals nazionali e internazionali. Al Premio Internazionale Città di Gerace 2026, hanno ricevuto il Premio alla Carriera «per l’originalità della ricerca artistica, la qualità delle produzioni e il prezioso contributo offerto, nel corso degli anni, allo sviluppo dello spettacolo di strada e del circo contemporaneo».

La ribellione di un titano contro il potere degli dèi – venerdì 27 novembre alle 21 – in “Prometeo” da Eschilo con Gabriele Vacis (voce narrante) e con Davide Antenucci, Andrea Caiazzo, Chiara dello Iacovo, Pietro Maccabei, Eva Meskhi, Erica Nava, Enrica Rebaudo, Edoardo Roti, Letizia Russo, Lorenzo Tombesi e Gabriele Valchera, con scenofonia di Roberto Tarasco, cura del suono di Riccardo Di Gianni, cori a cura di Enrica Rebaudo, adattamento e regia di Gabriele Vacis (produzione Artisti Associati Gorizia e PoEM / Potenziali Evocati Multimediali – distribuzione CMC/Nidodiragno). Il mito di Prometeo rivive sulla scena nella versione di uno dei più importanti registi italiani, Gabriele Vacis, fondatore del Laboratorio Teatro Settimo e tra i pionieri del teatro di narrazione, autore e regista di spettacoli indimenticabili tra cui il fortunato “Totem” con Alessandro Baricco. «La tragedia di Eschilo coglie il momento del conflitto tra Zeus e Prometeo» – si legge nelle note – e la punizione inflitta dal signore dell’Olimpo per il “tradimento” del titano è terribile: Prometeo viene incatenato a una rupe ai confini del mondo, il fegato dilaniato da un’aquila per l’eternità. «Prometeo, simbolo della ribellione, è un personaggio che i giovani amano perché, come loro, non riesce a contenere i suoi sentimenti e la sua forza dei recinti stabiliti dalle convenzioni, quindi la sfida all’autorità costituita è la sua condizione vitale» – sottolinea Gabriele Vacis –. Il titano è anche «l’archetipo della conoscenza tecnologica e scientifica liberata dalle catene della superstizione e dell’ignoranza. Come sempre nei classici è facile ritrovare situazioni e problemi di oggi. Si dice che i classici sono attuali, ma più che altro sono contemporanei, perché riescono a comprendere tutti i tempi».

Una moderna “farsa” politicamente scorretta sulla crisi degli alloggi – giovedì 17 dicembre alle 21 – con “Basta Poco” di Antonio Cornacchione, protagonista sulla scena con Pino Quartullo e Alessandra Faiella, con la partecipazione in video di Pierluigi Bersani e Giovanni Storti, per la regia di Marco Rampoldi (co-produzione CMC/Nidodiragno e Rara produzione). Una pièce di teatro civile, che affronta un tema di scottante attualità come la difficoltà di trovare un’abitazione in città, tra l’alto costo degli affitti e le oscillazioni del mercato immobiliare, a fronte dell’inadeguatezza dell’edilizia pubblica, con la cronica scarsità di case popolari rispetto al numero crescente degli aventi diritto, tra le nuove classi di poor workers e disoccupati, oltre alle famiglie di immigrati. In graduatoria, con il miraggio di un appartamento dignitoso, folle di diseredati, ma anche semplicemente padri e madri separati, accanto ad anziani sfrattati, perché una pensione non basta più per pagare l’affitto o i proprietari preferiscono vendere o magari trasformare la casa in un B&B, seguendo l’onda della “gentrification”. In “Basta Poco”, il protagonista, Palmiro, un tipografo sull’orlo del fallimento, riceve l’ordine di sfratto mentre l’appartamento viene assegnato ad una famiglia di Rom: l’uomo si trova così «al centro di una disputa politica tra centri sociali, che lo vorrebbero cacciare, e neofascisti, che lo difendono strumentalmente in cambio di una adesione ideologica, mettendo a dura prova le sue certezze». In una commedia ironica e spietata, dove si evidenzia la lotta tra poveri, che invece di unirsi per rivendicare i propri diritti, vedono gli altri più sfortunati di loro come un nemici pericolosi, si insinua un elemento surreale: «come mai fra tutte le persone che si contendono la ‘pedina’ c’è una strana somiglianza?».

Un intrigante gioco meteateatrale – mercoledì 13 gennaio alle 21 – con “Onora i padri e paga la psicologa / una nuova operaccia satirica” di e con Paolo Rossi e con Caterina Gabanella e i musicanti Emanuele Dell’Aquila e Alex Orciari (produzione Agidi Srl) in cui, in un intrecciarsi di vita e arte, un comico in terapia rivela frammenti di un vissuto, reale e immaginario, confessa fragilità e debolezze e rende omaggio ai maestri. “Onora i padri e paga la psicologa” è uno spettacolo originale e coinvolgente, “senza rete”, in cui il pubblico diventa testimone e complice di un percorso surreale nei labirinti della mente. «Chi è capace di narrare storie ha il potere di governare il mondo, che sia una nazione, un condominio, una famiglia o una coppia» – afferma Paolo Rossi – che interpreta se stesso, o una proiezione di sé, “improvvisando” o reinventando il passato, per orientarsi nel presente in un mondo dove, perduti i punti di riferimento, tutto sembra governato dal caos. «Le operacce satiriche sono creazioni stravaganti che nascono da diverse ispirazioni» – spiega l’artista friulano, milanese d’adozione – come «la lettura dei grandi classici letterari che vengono trasformati in buffe composizioni, episodi “rubati” dalla vita vissuta e dal mio personale repertorio poi rielaborati e trasformati in poesie comiche che, grazie all’accompagnamento musicale, si tramutano in una canzonaccia popolare». E conclude: «Se si smarrisce la strada, l’unica direzione è perdersi nelle nostre storie… Cantando, ridendo, ballando e ridendo ancora, e sarà proprio così che ci ritroveremo. Ad ogni modo si ride. Tanto».

Viaggio nella memoria e tra i paesaggi dell’Isola – sabato 23 gennaio alle 21 – con “Sos Sinnos”, uno spettacolo di e con Giovanni Carroni (che firma drammaturgia e regia), tratto dall’omonimo romanzo di Michelangelo Pira, con la partecipazione del Tenore di Bitti “Mialinu Pira” e le musiche in scena di Mauro Mibelli – produzione Bocheteatro. Una pièce intrigante, che mette a confronto la realtà di un piccolo paese della Barbagia, nel cuore dell’Isola, e le atmosfere cittadine, attraverso lo sguardo disincantato dell’antropologo, giornalista e scrittore ma anche quello ammaliato di un fanciullo alla scoperta del mondo e del significato – astratto e concreto – delle parole. «“Sos Sinnos” rimane il tentativo più importante di usare la lingua sarda, nella varietà bittese, per un’opera di respiro mondiale» – sottolinea Giovanni Carroni –. «Su Tempus de su Parpu e de s’Arrastu (Il tempo del tasto e del fiuto), segna il passaggio dall’immateriale alla natura e all’incarnazione nell’umano; i versi inarticolati si fanno parola e quindi scrittura, quasi geroglifica, che solo Su Deinu (L’indovino), sa interpretare. Poi si entra nell’universo de sos contos (i racconti) di Bitti, paese natale dell’intellettuale e scrittore: il mondo pastorale in Mialianu (Emiliano) assume una forte carica simbolica, che conduce all’iperrealismo de Sa Cramata de sos Mortos (La chiamata dei morti)». Infine – conclude Giovanni Carroni – «nell’ultima parte, più scopertamente, l’autore stesso si fa personaggio del mondo che racconta, e in una progressione visionaria chiama l’umanità perduta del proprio villaggio e del mondo intero a tornare a sa Libra, malgrado sia una “crastazza”, una pietraia buona solo per le capre», che però rappresenta «il luogo simbolico di una perduta pienezza dell’umano».

Il miraggio di una facile ricchezza si traduce in un’amara condanna alla solitudine – venerdì 19 febbraio alle 21 – con “L’ombra perduta di Peter Schlemihl”, uno spettacolo di e con Marco Baliani, dal romanzo fantastico di Adelbert von Chamisso, con paesaggio sonoro di Mirto Baliani e regia di Maria Maglietta (coproduzione Casa degli Alfieri, Accademia Perduta / Romagna Teatri e Tib Teatro). Un giovane povero cede la ombra al diavolo in cambio di una borsa magica piena di monete d’oro, ma scopre ben presto che quel che ha perduto, per quanto inconsistente e inafferrabile, lo rendeva simile agli altri esseri umani, mentre la sua diversità lo fa apparire strano e sospetto, e neppure cambiare città gli giova, né riesce a sposare la donna che ama, poiché i futuri suoceri non accettano un genero così stravagante. Quel patto demoniaco, con il quale pensava di sfuggire alla miseria, porta con sé impreviste e dolorose conseguenze, costringendolo ad un perpetuo esilio ed egli, senza più legami, dopo aver rifiutato di consegnare l’anima al diavolo per riavere la sua ombra, rinuncia a quell’illimitata ed inutile ricchezza e se va va in giro per il mondo. «Peter Schlemihl porta in sé una sorta di innocenza, il suo sguardo appartiene a quelli che non potranno riconciliarsi con le regole uniformanti della società – afferma Marco Baliani – e questo lo rende affascinante ai miei occhi, come lo sono stati molti personaggi finiti nelle mie narrazioni e nei miei percorsi artistici. Di fronte alle tante porte sbattute in faccia, Peter accetta di saltare a piè pari la salita esistenziale che ha di fronte, per entrare di colpo nel gran mondo che crede gli spetti, una scorciatoia che gli si rivela nel tempo essere una trappola e che segnerà il resto della sua vita». Marco Baliani si sofferma su un’immagine tragica e fortemente simbolica: «Dicono che quando gli americani sganciarono l’ordigno nucleare sulla città di Hiroshima uccidendo centinaia di migliaia di persone, i corpi di quelle persone si dissolsero all’istante sotto l’impatto esplosivo, ma le loro ombre invece restarono… Ma se l’ombra sradicata dal corpo divenisse un’entità separata… anche quel corpo perderebbe consistenza, diventerebbe a sua volta un’entità fragile, debole, spettrale». E’ quel che accade a Peter Schlemihl, che si smarrisce nel «passaggio aspro e difficile che dalla giovinezza porta all’età adulta, quando la speranza di futuro si scontra con la grettezza spietata del presente».

Una moderna tragedia tra mito e Storia – sabato 27 febbraio alle 21 – con “Elettra 1944”, con drammaturgia e regia di Giancarlo Nicoletti, nell’interpretazione di Pamela Villoresi e Giulio Corso, accanto a Francesco Foti, Alice Spisa, Cristina Todaro e Giacomo Andrea Faroldi, con scene di Alessandro Chiti e costumi di Giuseppe Ricciardi, musiche di Mario Incudine, disegno luci di Giuseppe Filipponio, aiuto regista Giuditta Vasile (produzione Altra Scena e L’Altro Teatro, in collaborazione con il Festival Teatrale di Borgio Verezzi). Sulle tracce dell’“Orestea”, Giancarlo Nicoletti mette in scena il conflitto fra genitori e figli, in tempo di guerra, quando le ideologie spezzano i legami di sangue e il dramma esplode tra le mura domestiche: in una Roma occupata, un inatteso ritorno rompe il fragile equilibrio costruito su verità taciute o rimosse, preludio a una necessaria catarsi. In “Elettra 1944” lo scontro tra fascisti e partigiani, in un’Italia dilaniata, tra l’eco dei bombardamenti, delle rappresaglie e delle stragi, esaspera la naturale dialettica tra visioni politiche opposte: la pièce racconta l’intrecciarsi tra le singole esistenze e il destino dei popoli, con l’inesorabile incedere della Storia che stravolge certezze e consuetudini, mettendo a confronto carnefici e vittime. «Il ciclo degli Atridi… non parla soltanto di colpa o di vendetta, ma di ciò che succede quando una comunità, dopo essersi consumata nell’odio, decide di trasformare la violenza in legge, il destino in scelta, il passato in memoria condivisa» – sottolinea Giancarlo Nicoletti –. «Quel passaggio – dalle Erinni alle Eumenidi, dalla foga del sangue al tribunale – è uno dei gesti più rivoluzionari della storia del pensiero umano».

Ritratto di un artista in cerca d’ispirazione – domenica 7 marzo alle 21 – con “Poetry in The Park”, una creazione del coreografo Marco Carrer per la balletXtreme Dance Company: un intrigante racconto per quadri su musiche di Georges Bizet e Fryderyk Chopin, sull’immaginario incontro tra un giovane poeta e il vate Gabriele D’Annunzio con la sua musa Ermione (identificata con l’attrice Eleonora Duse), e due tra le voci più interessanti e originali della poesia italiana del Novecento, come Alda Merini e Antonia Pozzi. “Poetry in The Park” è un balletto in un atto in stile neoclassico, dove s’intrecciano danza, musica e poesia: nella quiete di un pomeriggio, il protagonista si reca in un parco, immergendosi nella natura per trarne spunto nella composizione dei suoi versi, per poi insoddisfatto rifugiarsi nella lettura di un’antologia finché, come evocati, appaiono gli spiriti dei poeti defunti che raccontano le proprie storie, «discutono con lui l’essenza delle loro opere e gli insegnano i loro modi per preparare l’anima ad affrontare i fogli bianchi». In una chiave onirica e simbolica, il giovane poeta trova conforto nell’ideale dialogo con i maestri e attinge ai loro consigli; infine gli spiriti di D’Annunzio, Alda Merini e Antonia Pozzi «riappaiono contemporaneamente e insieme guidano la coscienza e la penna del poeta, entrambe finalmente pronte a creare un’arte originale e autentica». In “Poetry in The Park” il danzatore e coreografo, nonché poeta Marco Carrer, già primo ballerino di balletXtreme, all’attivo collaborazioni con l’Israel Ballet e il Croatian National Ballet, affronta il tema cruciale dell’ispirazione e trasporta sulla scena il dilemma di un poeta di fronte alla creazione di un’opera d’arte.

Un ideale dialogo tra Oriente ed Occidente – venerdì 19 marzo alle 21 – con “Migrantes”, il progetto artistico nato dall’incontro tra il pianista Andrea Manzoni ed il suonatore di oud Mauro Sigura, che rappresenta “Un Viaggio Musicale tra Tradizione, Integrazione e Diversità” (produzione Medinsard / Centro di Produzione Musicale). Un racconto sonoro che intreccia le radici musicali mediterranee con gli stilemi del jazz e la cultura del mondo arabo-ottomano, per evocare «l’esperienza della migrazione» sia nella dimensione fisica dell’attraversamento di luoghi, da parte di chi abbandona la terra d’origine, spesso in fuga da guerre e carestie, nella speranza di un futuro migliore sia sul piano psicologico ed emotivo, di un percorso interiore. “Migrantes” si sviluppa come «una narrazione musicale in tre atti: il sogno, la speranza e il viaggio», sulle orme di coloro che partono lasciando dietro di sé una patria e una famiglia, amicizie e perfino amori, per affrontare l’ignoto. Una folla di donne e uomini, spesso giovani o giovanissimi, che si avventurano nel mondo portando con sé una valigia piena di ricordi e di sogni: un bagaglio leggero, simbolico, gravido di nostalgia ma anche di aspettative, di curiosità e sete di conoscenza. Il progetto, presentato con successo in anteprima paesi come Cile, Perù, Tunisia, Marocco e Italia, dopo il debutto ufficiale ufficiale a Cagliari, nel novembre 2025, il tour internazionale prosegue tra tra Francia e Svizzera, Hong Kong, Argentina, Egitto e Guatemala. “Migrantes” non rappresenta solo un viaggio musicale, ma «una potente metafora di speranza, resilienza e appartenenza» in cui la diversità rappresenta un punto di forza e una ricchezza per la comunità. «Con il suo approccio interdisciplinare, che fonde suoni tradizionali con elementi musicali contemporanei, “Migrantes” invita alla riflessione sulla bellezza delle diversità culturali e sulla forza dell’integrazione – sottolineano gli artisti – la performance si collega al concetto di pluralismo, creando uno spazio dove le tradizioni convivono, promuovendo comprensione e connessione tra le culture».

Una riflessione sul tema dell’infanzia e sulla crescita – venerdì 2 aprile alle 21 – con “Pupo”, una creazione di Sofia Nappi, con i danzatori Evans Berthelot, Bonni Bogya, India Guanzini, Sem Houmes, Paolo Piancastelli, Senne Reus e Alessia Sinato, con musiche di Chopin, Dead Combo, Engler; disegno luci di Alessandro Caso; costumi di Judith Adam; sound design di Ed Mars & Sofia Nappi; direttore prove Luca Tomasoni e assistente alla coreografia Adriano Popolo Rubbio (produzione Komoco / Sosta Palmizi). “Pupo” si ispira alla figura di Pinocchio, protagonista del capolavoro di Carlo Lorenzini, in arte Collodi, «sulla metamorfosi della marionetta che sogna di diventare bambino». Un personaggio fantastico, un “ragazzo di legno” ribelle e irrequieto, un eterno fanciullo, la cui massima aspirazione, e premio finale per la sua “bontà”, sarebbe trasformarsi in un ragazzo in carne e ossa, un bambino come tutti gli altri. Sulla falsariga dell’opera collodiana, intesa come “romanzo di formazione”, “Pupo” «indaga il tema della crescita e della consapevolezza, di come un bambino innocente e curioso inizia a interagire con il mondo, mettendosi continuamente in gioco nella relazione con gli altri e con i propri limiti». Nel suo passaggio dall’infanzia all’adolescenza, verso l’età adulta, il protagonista si confronta con le proprie inclinazioni e con le prime tentazioni, ma anche con le influenze esterne e le cattive compagnie, «imparando ad accettare e perdonare i propri errori e debolezze attraverso la gentilezza e il potere del perdono». Incentrato su Pinocchio, impegnato in «un perenne tentativo di diventare la versione migliore di sé», “Pupo” di Sofia Nappi è «un invito a non dimenticare il bambino che c’è in noi, la marionetta di legno impulsiva e giocosa che siamo stati un tempo, l’esuberante e incontenibile desiderio di danzare».

Un omaggio al genio di Molière e alla tradizione del teatro napoletano – giovedì 15 aprile alle 21 – con “L’Avaro Immaginario / In Viaggio verso Molière, da Napoli a Parigi”, uno spettacolo di e con Enzo Decaro, in scena con Luigi Bignone, Angela De Matteo, Roberto Fiorentino, Massimo Pagano, Fabiana Russo e Ingrid Sansone, con musiche di Nino Rota (da “Le Molière Immaginarie”), scenografia di Luigi Ferrigno, costumi di Ilaria Carannante e disegno luci di Luigi Della Monica, per la regia di Enzo Decaro (produzione I Due della Città del Sole). Una pièce originale per un affascinante gioco metateatrale: “L’Avaro Immaginario” narra le peripezie di una compagnia di comici viaggianti, quella dei Fratelli dè Bruno da Nola, discendenti del filosofo Giordano Bruno, in fuga dalla peste con destinazione la capitale francese, dove il capocomico Oreste Bruno spera di incontrare il grande commediografo, le cui opere fanno ormai parte del suo repertorio, specialmente “L’Avaro” e “Il Malato Immaginario”. Un racconto per quadri – con un prologo e un epilogo – sulle (dis)avventure della compagnia, sullo sfondo dell’Europa del Seicento, tra guerre ed epidemie: «Il progetto nasce soprattutto da una curiosità ‘artistica’, originata dalla costatazione che, a un certo punto della loro carriera, i De Filippo (Peppino e Luigi in particolare) hanno sentito l’esigenza di confrontarsi con il teatro di Molière», rivela Enzo Decaro, attore e comico, all’attivo una lunga carriera, dal trio La Smorfia con Massimo Troisi e Lello Arena, a films e serie tv, da “Prima che sia troppo presto” a “E’ stata la mano di Dio”, da “Una donna per amico” a “Il caso Enzo Tortora” e “Fragili”. Ne “L’Avaro Immaginario”, in un raffinato gioco di specchi tra vita e arte, fantasia e realtà, dove la vivace temperie culturale partenopea si confronta con la Francia del Re Sole, Enzo Decaro attinge a sua volta ai due capolavori di Molière, “cavalli di battaglia” riproposti con gli opportuni adattamenti e con varia fortuna nelle recite dei comici viaggianti, durante le soste nelle città lungo l’itinerario che li condurrà a Parigi.

Un raffinato concerto, tra sonorità e ritmi brasiliani – sabato 8 maggio alle 21 – con “Mai Come Ieri”: sul palco il cantautore siciliano Mario Venuti e il cantante, chitarrista e compositore messinese Tony Canto, per un ideale viaggio sul filo delle melodie, un dialogo sonoro che riassume un’amicizia lunga una vita. Un’antologia di brani che ripercorre la lunga carriera e riflette la comune passione per la musica brasiliana dei due artisti, con una cifra sofisticata e intimistica, capace di tradurre pensieri ed emozioni in un’affascinante alchimia di parole e note. “Mai Come Ieri” – dal titolo di una canzone di Mario Venuti, tratta dall’omonimo album e portata al successo in duo con Carmen Consoli – è un viaggio attraverso quarant’anni di musica, dagli Anni Ottanta con la band rock Denovo, all’intenso percorso da solista del cantautore siciliano, dall’album d’esordio “Un po’ di febbre” (1994) fino ai più recenti “Tropitalia” (2021) e “Tra la carne e il cielo” (2024). «Tutta una vita ho sperimentato la ricerca di un equilibrio tra la mia natura sensuale, terrena, ed una certa tensione spirituale, come una sorta di redenzione dall’inferno del mondo che ci circonda – dichiara Mario Venuti –. Nelle dodici tracce dell’album “Tra la carne e il cielo”, tra pop, jazz e blues, affiora l’amore per la musica brasiliana, tra bossa nova e samba: Mario Venuti affronta temi scottanti e attuali, dal degrado dei Sud del mondo, all’abuso e la violenza sui minori, l’emarginazione e il male di vivere, accanto all’invito a godere delle gioie del presente, davanti all’incertezza del futuro. Sul palco con Mario Venuti, Tony Canto, cantante, chitarrista e compositore, con all’attivo collaborazioni con artisti come Nina Zilli, Raphael Gualazzi, Mannarino e Bungaro, oltre a Giovanni Allevi e allo stesso Venuti, e cinque albums da solista – “Il visionario” (2007), “La strada” (2009), “Italiano Federale” (2011), “Moltiplicato” (2016) e “Casa do Canto” (2022). “Mai Come Ieri” racconta l’amicizia tra i due artisti, che si traduce in un avvincente dialogo in musica.

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