Quando Bobby Sands iniziò lo sciopero della fame nel carcere di Maze, a Long Kesh, il 1° marzo 1981, la sua vicenda travalicò rapidamente i confini dell’Irlanda del Nord.
Militante dell’IRA, detenuto repubblicano e poi eletto il 9 aprile 1981 al Parlamento britannico nel collegio di Fermanagh e South Tyrone, Sands morì il 5 maggio dopo 66 giorni di digiuno.
La protesta chiedeva il riconoscimento dello status politico per i detenuti repubblicani, revocato dal governo britannico nel 1976. In Italia la sua morte mobilitò anzitutto ambienti della sinistra extraparlamentare, radicale e antimperialista: a Milano, già il 3 maggio 1981, si tenne una manifestazione davanti al Consolato britannico, con interventi di esponenti politici come Mario Capanna. Ma quasi subito la figura di Sands cominciò a parlare anche a una parte del neofascismo italiano, che vi lesse il mito del prigioniero combattente, del corpo trasformato in arma politica, del martirio come testimonianza assoluta.
Fu soprattutto in quest’area, più che nella linea ufficiale missina, che Sands diventò un’icona. Il quotidiano della destra Secolo d’Italia, già organo del MSI dal 1963 e poi di Alleanza Nazionale, ha riconosciuto retrospettivamente che Sands si impose nell’immaginario della destra giovanile come “combattente nazionalrivoluzionario”, capace di offrire “un’etica ed un’estetica” in cui immedesimarsi. La stessa testata ricordava nel 2011 che, a trent’anni dalla morte, i muri di molte città italiane furono coperti da manifesti commemorativi trasversali, dalla Giovane Italia all’estrema sinistra.
Nell’area neofascista ed ex missina il culto proseguì anche attraverso l’editoria militante: nel 1991 Fabio Granata portò in Italia La rosa dormiente, libretto di poesie di Sands pubblicato da Pietrangelo Buttafuoco, con postfazione di Paolo Signorelli, figura storica della destra radicale. L’aneddoto della croce d’oro inviata da Giovanni Paolo II a Sands per convincerlo a interrompere il digiuno fu riletto in quell’ambiente come gesto cavalleresco, cristiano e guerriero; la sua morte diventava così racconto di fedeltà, sacrificio e comunità, più che episodio interno alla storia del repubblicanesimo socialista irlandese.




















