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Home Mondo

La storia di Leonard Peltier: l’indigeno detenuto da 46 anni nelle carceri USA

11 Dicembre 2023
in Mondo
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La storia di Leonard Peltier: l’indigeno detenuto da 46 anni nelle carceri USA
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Brother, did ya forget ya name? Did ya lose it on the wall, playin’ tic-tac-toe? (Fratello, hai dimenticato il tuo nome? L’hai perso nel muro, giocando a tic-tac-toe?)

Freedom, dei Rage Against the Machine, è solo una delle opere che artisti di tutto il mondo hanno dedicato a Leonard Peltier. Quando è stata scritta era il 1992 e Peltier si trovava in carcere già da 15 anni, per un crimine che verosimilmente non ha commesso. Il 12 settembre scorso ha compiuto 79 anni e si trova ancora dietro le sbarre. 47 anni richiuso in una cella. Sta scontando due ergastoli per l’omicidio di due agenti dell’FBI. Ma lui si è sempre detto innocente. Il processo che ha portato alla sua condanna, d’altronde, è stato costruito grazie a false prove, minacce ai testimoni e pressioni sulla giuria. Attivisti, politici, intellettuali e pensatori di tutto il mondo da anni chiedono la sua grazia, ma tutti i presidenti americani si sono rifiutati di concedergliela.

Negli anni ’70, Leonard Peltier era conosciuto per il suo attivismo per la tutela dei nativi americani e dei loro diritti. Membro della tribù Turtle Mountain Chippewa, tra gli anni ’60 e ’70 ha contribuito a fondare una casa di riabilitazione per ex detenuti nativi americani, si è occupato di questioni relative alla rivendicazione delle terre, di consulenza per l’abuso di alcool tra le popolazioni indigene e della conservazione delle terre dei nativi a Seattle, oltre che essere impegnato con l’AIM (American Indian Movement, organizzazione militante per i diritti civili). Furono numerose le iniziative di protesta per i diritti degli indigeni americani alle quali prese parte in quegli anni: una tra tutte fu il Trail of Broken Treaties, svoltasi nel 1972, che attraversò tutto il Paese e si concluse con l’occupazione degli uffici del BIA (Bureau of Indian Affairs), a Washington.

A metà degli anni ’70 Peltier, che ormai era un membro di alto livello dell’AIM, si recò a Pine Ridge, nel South Dakota, insieme ad alcuni membri dell’organizzazione, con l’obiettivo di assistere gli Oglala Lakota nella pianificazione di cerimonie religiose, programmi per l’autosufficienza ed altre attività comunitarie. È qui che, il 26 giugno 1975, Jack Coler e Ronald Williams, due agenti del FBI, entrano nel Jumping Bull Ranch, sembra per arrestare Jimmy Eagle, ricercato per furto con scasso. La rapidità dell’escalation di quanto avvenne più tardi, tuttavia, ha aperto la strada al sospetto che quanto accaduto fosse una provocazione deliberata del FBI. Gli agenti, probabilmente pensando di aver individuato il veicolo di Eagle, aprirono il fuoco contro il ranch senza identificarsi. Peltier e gli altri che si trovavano con lui, senza sapere chi stesse sparando e perché, risposero a loro volta al fuoco. Nel giro di pochi minuti, circa 150 agenti della squadra SWAT del FBI, del BIA e altre squadre armate circondarono il ranch. Nella sparatoria persero la vita Coler e Williams e anche Joe Stuntz, membro dell’AIM. Nessuno fu mai condannato per la sua morte, e anche l’interesse dei media riguardo il suo omicidio svanì presto.

Per l’omicidio dei due agenti del FBI, invece, furono accusati Peltier, Darrell Dean Butler e Robert Robideau. Anche Jimmy Eagle risultò inizialmente tra gli indiziati, ma poi le accuse a suo carico furono ritirate. Peltier, conscio dell’impossibilità di ricevere un giusto processo negli Stati Uniti, fuggì in Canada. Robideau e Butler furono processati da un tribunale federale, ma furono dichiarati innocenti per mancanza di prove, una sentenza che provocò non poco imbarazzo negli uffici del Federal Bureau of Investigation. Così, basandosi quasi esclusivamente sulla testimonianza (estorta con l’intimidazione dagli agenti del FBI) a una donna indigena, Myrtle Poor Bear, la Royal Canadian Mounted Police arrestò Peltier e ne concesse l’estradizione negli Stati Uniti.

Il processo a suo carico fu costellato di irregolarità e prove false, prodotte dallo stesso bureau, che si assicurò così la sua condanna. Alla difesa fu impedito di presentare la maggior parte delle prove che avevano portato all’assoluzione di Butler e Robideau nel corso del primo processo, mentre contro Peltier l’accusa produsse un elevato numero di prove false e testimonianze estorte con la violenza e l’intimidazione. Al processo di Fargo, nel 1976, la giuria era composta da soli bianchi, che furono continuamente sollecitati da argomentazioni di matrice razzista. Il giudice, che ebbe diversi incontri con il bureau durante il processo, mantenne un atteggiamento aggressivo contro la difesa, rifiutando persino di permettere agli avvocati di Peltier di procedere per “legittima difesa”. Non un solo testimone in grado di riconoscere Peltier come autore degli omicidi fu presentato dall’accusa nel corso del processo, mentre furono diverse le false prove presentate in merito all’arma del delitto. La lista delle violazioni sarebbe ancora lunga. Il risultato fu che, nel 1977, Peltier fu condannato a due ergastoli per l’omicidio dei due agenti. E da allora sta scontando la pena.

Il governo degli Stati Uniti non ha mai avuto nulla da ridire riguardo quanto accaduto, anzi. Nelson Mandela, Desmond Tutu, vari movimenti per i diritti civili, la società civile, ex agenti del FBI coinvolti nel caso e persino le Nazioni Unite (che nel 2022 hanno definito la sua detenzione “arbitraria”) si sono appellate ai vari presidenti per chiedere la scarcerazione di Leonard Peltier. Da George W. Bush a Barak Obama a Joe Biden, tutti sono rimasti sordi alle richieste fino ad oggi. Anche durante il Covid, quando i gravi problemi di salute di Peltier avrebbero dovuto assicurargli l’immediata scarcerazione.

Nel FBI stesso c’è chi pensa che la detenzione di Peltier sia dovuta a una vendetta del bureau, che agisce come una «famiglia guidata dalle emozioni». Così ha dichiarato qualche mese fa al Guardian Coleen Rowley, ex agente speciale in pensione, per 14 anni impiegata presso la divisione di Minneapolis, a contatto diretto con agenti coinvolti nel caso Peltier. Lei stessa ha scritto una lettera a Joe Biden, per chiedere il rilascio di un uomo che si trova in carcere per pura «vendetta». «Il trattamento oppressivo e terribilmente ingiusto riservato agli indiani da parte degli Stati Uniti ha giocato un ruolo fondamentale nel mettere tanto gli agenti quanto Peltier nel posto sbagliato al momento sbagliato» ha dichiarato Rowley, che ha aggiunto che la «disparità di trattamento» riservata a Peltier è palese. La pena che viene scontata nella maggior parte delle condanne per omicidio, infatti, varia tra gli 11 e i 18 anni di carcere. Mark Putnam, primo agente del FBI condannato per omicidio, ne ha scontati appena 10. Peltier ne ha scontati quasi 50.

L’ultimo appello alla clemenza rivolto a Biden è stato avanzato due settimane fa da trentatrè membri del Congresso. «Quasi mezzo secolo dopo essere stato ingiustamente imprigionato, il perdurare dell’incarcerazione del signor Peltier è un triste promemoria della lunga storia di questo Paese che ruba la vita e l’eredità alle comunità indigene» ha dichiarato un deputato.

La vicenda di Peltier ha causato negli anni la mobilitazione di artisti e intellettuali, di membri della società civile, di politici e di capi di Stato. Tutte cadute nel vuoto. Come la sua richiesta di clemenza, avanzata lo scorso febbraio. «Essere libero per me significa poter respirare liberamente lontano dai molti pericoli che corro nel carcere di massima custodia. Essere libero significherebbe poter camminare per più di un miglio in linea retta. Significherebbe poter abbracciare i miei nipoti e pronipoti. Se fossi libero, mi costruirei una casa nella mia terra tribale, aiuterei a costruire l’economia delle nostre nazioni e darei una casa ai nostri bambini senzatetto» ha dichiarato nel corso di un’intervista, ormai quasi ottantenne.

Per il momento, Peltier rimane chiuso in una cella. Con lui ci sono i suoi acrilici e i suoi dipinti. Fuori, nel mondo, la gente ancora urla il suo nome nelle piazze, maledicendo le ingiustizie dei potenti.

Brother, did ya forget ya name?…

 

Fonte Lindipendente.online

Tags: Leonard Peltierusa

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