Viaggio tra mito e storia per un’indagine sulle umane passioni, tra riletture di classici e testi di autori contemporanei, raffinati melologhi e moderne giullarate, accanto a affascinanti opere musicali e creazioni coreografiche per la Stagione di Prosa | Danza | Musica 2026-2027 al Teatro Comunale “Akinu Congia” di Sanluri, organizzata dal CeDAC / Circuito Multidisciplinare dello Spettacolo dal Vivo in Sardegna con il patrocinio e sostegno del MiC / Ministero della Cultura, della Regione Autonoma della Sardegna e della Città di Sanluri, con il contributo della Fondazione di Sardegna.
«Questa nuova stagione, con un programma di grande livello, conferma quanto ormai Sanluri sia diventata un punto di riferimento per la cultura e per il teatro nel territorio, e questo ci rende orgogliosi» – sottolinea il Sindaco di Sanluri Alberto Urpi –. «Gli spettacoli proposti ci permettono di continuare nel percorso di crescita dell’offerta culturale. La vera scommessa, infatti, non era solo avviare una stagione teatrale, ma riuscire a proseguirla negli anni, mantenendo livelli alti sia nella qualità delle rappresentazioni sia nell’investimento. È una sfida che stiamo portando avanti con successo e che rende Sanluri sempre più un punto di riferimento per il territorio».
Undici titoli in cartellone da ottobre a aprile, tra il melologo manzoniano “Questo matrimonio non s’ha da fare” e “Lu Santo Jullare Francesco” di Dario Fo e Franca Rame, sonorità contemporanee e suggestioni mediterranee con “Atlas” di Matteo Muntoni e le “Geografie Mistiche” di Mario Tozzi e Enzo Favata, racconti di vita e sport ne “La Magnifica Imperfezione / Giro del mondo di una palla in volo” di Nicola Zavagli e la tragedia di “Troilo e Cressida” di William Shakespeare nella versione de I Sacchi di Sabbia. Focus sulla drammaturgia contemporanea con “Contratto / Dialogo per un Rapporto di Coppia” di (e con) Alice Bertini e con “Bandiera”, uno spettacolo di Lucia Franchi e Luca Ricci (CapoTrave) accanto a un classico del Novecento come “Il Berretto a Sonagli” di Luigi Pirandello; spazio alla danza con “Resounding” di Francesca La Cava, con un’interazione con il pubblico e a un (auto)ritratto d’artista con “Alice (non canta) De André” di e con Alice De André.
Una programmazione interessante, che affronta temi universali e questioni di stringente attualità – dal rapporto dei cittadini con il potere all’assurdità della guerra, dalle molteplici declinazioni dell’amore fino alla gelosia, al fascino dello sport e al valore della scienza, e ancora la ricerca spirituale e il dialogo tra uomo e natura – tra un omaggio a Alessandro Manzoni, duecento anni dopo la pubblicazione de “I Promessi Sposi” e un tributo a Dario Fo, nel centenario della nascita dell’attore e drammaturgo, con una “giullarata” dedicata a San Francesco d’Assisi.
Tra i protagonisti, artisti di spicco della scena nazionale e non solo, come Antonella Attili (la madre di Totò in “Nuovo Cinema Paradiso” e Agnese Amato ne “Il paradiso delle signore”) con Giancarlo Commare e Ania Rizzi Bogdan in “Bandiera”, all’attore e comico Ugo Dighero con “Lu Santo Jullare Francesco”, l’attore e conduttore Ettore Bassi nel manzoniano “Questo matrimonio non s’ha da fare”, l’attrice e autrice Alice Bertini (Premio di Drammaturgia Extreme Contemporain 2021) con Federico Gatti in “Contratto”, Irma Ciaramella (Rita Santacroce in “CentoVetrine”) e Ivano Falco con Gino Auriuso (sua la regia) ne “Il Berretto a Sonagli” e l’eclettica attrice e performer Alice De André. E ancora il geologo Mario Tozzi con il jazzista Enzo Favata con le loro “Geografie Mistiche”; l’ex campione di volley Andrea Zorzi detto “Zorro” con Beatrice Visibelli ne “La Magnifica Imperfezione”; il compositore e direttore Matteo Muntoni alla testa di un ensemble strumentale con “Atlas / Il Suono del Tempo”, mentre la danzatrice e coreografa Francesca La Cava (Gruppo e-Motion) firma l’intrigante “Resounding”.
La Stagione di Prosa | Danza | Musica 2026-2027 al Teatro Comunale “Akinu Congia” di Sanluri punta i riflettori sulla società contemporanea, nella sua complessità e con le sue contraddizioni, attingendo agli antichi miti e alle recenti scoperte scientifiche, per raccontare, attraverso la potenza evocativa del teatro e delle arti della scena, i drammi del presente e i timori e le speranze per il futuro.
IL CARTELLONE
Ouverture tra parole e note – giovedì 22 ottobre alle 20.30 – con “Questo matrimonio non s’ha da fare”, un melologo per voce recitante e pianoforte su “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni, con Ettore Bassi accompagnato dal pianista e compositore Marco Beretta, per la regia di Alberto Oliva (produzione Nel Pozzo Del Giardino Aps – distribuzione Reggio Iniziative Culturali). Un omaggio al celebre scrittore, poeta e drammaturgo milanese, personalità di spicco della letteratura italiana nella ricca temperie culturale dell’Ottocento, tra Neoclassicismo e Romanticismo, spirito innovatore e tra gli artefici del romanzo moderno, con la capacità di attingere alle fonti storiche per disegnare lo sfondo su cui inserire le trame più o meno complicate delle vite di personaggi reali e immaginari, con la trasposizione del suo capolavoro. “Questo matrimonio non s’ha da fare” è una raffinata e coinvolgente versione teatrale del romanzo, dove i passaggi più significativi sono messi in risalto dalle musiche originali di Marco Beretta, che evocano atmosfere e stati d’animo dei protagonisti di una vicenda intricata e ricca di colpi di scena, ambientata in un’epoca travagliata da guerre e ingiustizie. Viaggio nell’universo manzoniano, tra le peripezie di due giovani fidanzati, Renzo e Lucia, che si innestano e si intrecciano al corso della Storia, e in particolare con le cronache della peste di Milano del 1630: nel romanzo, in cui cui l’autore mette in risalto il ruolo della Provvidenza a fronte dell’arbitrio degli uomini, emergono figure emblematiche come Fra Cristoforo e l’Innominato, accanto a Gertrude, la Monaca di Monza e alla saggia Agnese, madre di Lucia; il perfido don Rodrigo con i suoi bravi e il timoroso don Abbondio, con la fida Perpetua; e ancora l’avvocato Azzecca-garbugli, donna Prassede e don Ferrante; l’indimenticabile madre di Cecilia e il cardinale Federigo Borromeo, in un suggestivo affresco di varia umanità.
Omaggio a Dario Fo nel centenario della nascita del drammaturgo, Premio Nobel per la Letteratura – domenica 15 novembre alle 20.30 – con “Lu Santo Jullare Francesco” di Dario Fo e Franca Rame, nell’interpretazione di Ugo Dighero, con scene e costumi di Lorenza Gioberti e disegno luci di Aldo Mantovani, adattamento e regia di Giorgio Gallione (co-produzione Teatro Nazionale di Genova e CMC/Nidodiragno, con la collaborazione del Teatro della Juta). Un’originale e avvincente “giullarata” ispirata alla figura del Santo di Assisi, monaco e predicatore, mistico e poeta, che opera una rivoluzione in seno alla Chiesa, traendo insegnamento dai Vangeli e proponendo un modello in cui la rinuncia ai beni materiali si sposa a una vita di meditazione e preghiera. Il giovane figlio del mercante, cresciuto tra gli svaghi e gli interessi adatti al suo censo, affascinato dalle gesta narrate nei poemi cavallereschi e pronto a partecipare alle Crociate, si converte e scopre una nuova e profonda spiritualità. In un coinvolgente monologo Ugo Dighero ripercorre l’esistenza di Giovanni di Pietro di Bernardone, divenuto per tutti San Francesco, il “Poverello di Assisi” ovvero “il giullare di Dio”: la sua vocazione diventa contagiosa, molti giovani e fanciulle dell’alta borghesia e dell’aristocrazia lo seguono e il papa Innocenzo III si persuade e approva la fondazione dell’ordine dei frati minori. In una affabulazione, in cui presta volto e voce a tutti i personaggi, nello stile immaginifico di “Mistero Buffo”, Ugo Dighero rappresenta i momenti cruciali della storia dell’autore del “Cantico delle Creature” nonché inventore del presepe, carismatico incantatore di folle (e animali), in cui affiorano inevitabili rimandi al presente e a due pontefici illuminati come Giovanni Paolo I e Jorge Mario Bergoglio, divenuto Papa Francesco I.
Un suggestivo itinerario musicale tra Minimalismo e improvvisazione – domenica 13 dicembre alle 20.30 – con “Atlas / Il Suono del Tempo” del compositore e direttore Matteo Muntoni, alla guida di un affiatato ensemble, formato da Marco Argiolas (clarinetto), Matteo Orani e Michele Sanna (chitarra classica, acustica ed elettrica), Ivana Busu (pianoforte, synth e live electronics), Mauro Melis (basso e contrabbasso) e Roberto Migoni (batteria, vibrafono e percussioni) con Pietro Ferra e Simone Soro (violini), Fabrizio Porcedda (viola) e Gianluca Pischedda (violoncello) (produzione Medinsard / Centro di Produzione Musicale). “Atlas” è un’opera “aperta”, incentrata su una rigorosa partitura, ispirata al Minimalismo – sulle tracce di John Cage e Morton Feldman, La Monte Young, Terry Riley, Steve Reich e Philip Glass – e alle ricerche e sperimentazioni della musica contemporanea, pur conservando «un legame saldo e riconoscibile con la melodia e la forma», su cui gli artisti possono di volta in volta reinventare e improvvisare, seguendo le intuizioni del momento e dando vita, con la sapiente conduzione di Matteo Muntoni, a performances e eventi unici e irripetibili. «L’evoluzione del suono avviene attraverso affascinanti processi di stratificazione progressiva – spiega il compositore – la densità, le dinamiche, i registri e l’energia sonora si accumulano e si trasformano in tempo reale sul palcoscenico». Fin dal titolo “Atlas” rimanda al mito come «strumento vivo per leggere e interrogare la nostra epoca contemporanea», dove la figura del Titano condannato da Zeus a sostenere la volta celeste, nel suo sforzo eterno, riflette la condizione umana in un’epoca in cui ogni individuo è costretto a far fronte a «una complessità ineludibile fatta di fortissime pressioni sociali, climatiche e politiche». Il Mediterraneo diventa il fulcro di una narrazione simbolica: confine e via d’acqua, che unisce e divide, «teatro di scambi, attriti e migrazioni», crocevia di popoli e culture.
Tra parole e note, alla scoperta di antichi miti e nuove frontiere della scienza – martedì 12 gennaio alle 20.30 – con le “Geografie Mistiche” raccontate dal geologo Mario Tozzi (voce) sulla colonna sonora disegnata dal jazzista Enzo Favata (sassofoni, clarinetti, elettronica) in un avvincente spettacolo-concerto «sull’origine fisica dei miti, delle magie e dei miracoli». Una sfida ardua e interessante, con una ricerca delle corrispondenze e delle conferme “scientifiche” agli eventi e ai fenomeni impressi nell’immaginario e nella memoria collettiva e tramandati dai narratori e dai poeti attraverso l’invenzione e la codificazione di un mondo arcaico, abitato da uomini e dèi, la cui potenza si manifesta attraverso il fulmine, i maremoti e gli uragani, il ciclo delle stagioni, lo splendore del sole e la luce argentea della luna. «Secondo l’interpretazione psicoanalitica, i miti nascono da esigenze di un io collettivo che può prendere forma in ogni luogo del mondo e che non ha necessariamente legame con la realtà fisica, ma» – come sottolineano gli artisti – «è possibile, invece, spiegare scientificamente e collocare geograficamente il mito» e quindi ciò che compete alla sfera della magia e dei miracoli, senza diminuirne, anzi amplificandone il fascino. Le “Geografie Mistiche” rispondono a interrogativi e curiosità sulle teorie fantasiose e suggestive sull’origine del mondo, dal caos o dal nulla, e sulle varie teogonie, in cui le divinità incarnano le forze della natura e sull’alone di mistero e magia che ammanta epidemie e guarigioni inspiegabili, come sull’arte degli sciamani. Una dissertazione scientifica, in chiave divulgativa, per imparare a leggere oltre l’apparenza e ritrovare nei miti una testimonianza dei saperi degli antichi e della necessità innata di dare un significato, anche trascendente, all’esistenza, come di custodire la memoria del passato per comprendere il presente e ritrovare le proprie radici e la propria identità, per guardare al futuro.
Una storia di sport tra successi e sconfitte, incontri e avventure – lunedì 15 febbraio alle 20.30 – con “La Magnifica Imperfezione / Giro del mondo di una palla in volo”, uno spettacolo scritto e diretto da Nicola Zavagli e interpretato da Andrea Zorzi e Beatrice Visibelli (produzione Teatri d’Imbarco). Un funambolico viaggio nell’universo della pallavolo, una disciplina nata in America, nel Massachusetts alla fine dell’Ottocento da un’idea di William Morgan, dapprima con il nome di Mintonette, poi trasformato in volleyball e approdata alle Olimpiadi nel 1964. Sul palco Andrea Zorzi, detto “Zorro”, un fuoriclasse della pallavolo, esponente della “generazione di fenomeni” che guidata da Julio Velasco ha portato l’Italia al trionfo dalla fine degli Anni Ottanta e l’attrice Beatrice Visibelli, protagonisti di un coinvolgente racconto per quadri, attraverso cinque continenti, tra gare e tornei, performances straordinarie e strategie di un gioco di squadra, prezioso sul campo come nella vita. “La Magnifica Imperfezione” ripercorre la diffusione e la progressiva affermazione in tutto il pianeta di uno sport fatto di tecnica e agilità, visione d’insieme e “regia”, velocità e potenza: sullo sfondo, scenari mutevoli, «dai porti affollati agli oceani sterminati, dalle palestre e dagli oratori di provincia ai campi improvvisati tra pretini e militari russi; dalle atmosfere sospese delle streghe giapponesi all’energia colorata degli hippy californiani, fino agli incontri con fenomeni italiani». Una pièce teatrale per raccontare «la forza universale dello sport come esperienza condivisa e come linguaggio senza confini». Un viaggio nel tempo che si intreccia alla storia del Novecento, e «si spinge fino all’immaginario collettivo delle nuove generazioni, evocando Mila e Shiro, icone di un cartone animato che ha appassionato i giovani Millennials, testimoniando come la pallavolo, tra realtà e fantasia, abbia saputo diventare parte integrante di un patrimonio culturale globale».
Una tragedia elisabettiana, rielaborata in chiave contemporanea – venerdì 26 febbraio alle 20.30 – con “Troilo e Cressida”, uno spettacolo de I Sacchi di Sabbia (da William Shakespeare) con Gabriele Carli, Giulia Gallo, Giovanni Guerrieri e Enzo Illiano (produzione Compagnia Lombardi-Tiezzi in collaborazione con I Sacchi di Sabbia). La storia d’amore fra due due giovani sboccia e sfiorisce, intrecciandosi ai crudi e sanguinosi episodi di una guerra: in un momento di tregua durante l’assedio di Troia, il principe Troilo, figlio del re Priamo s’invaghisce di Cressida, figlia dell’indovino Calcante; i due si scambiano effusioni e tenere promesse ma poi la fanciulla viene consegnata ai Greci. E quando Troilo ritrova l’amata, sorprendendola in atteggiamenti d’intimità con Diomede, sperimenta la delusione e l’amarezza del tradimento, così rinuncia al suo sogno d’amore e si persuade della leggerezza e volubilità di tutte le donne. La vicenda sentimentale s’innesta nella più complessa trama della guerra, che dopo sette anni sembra ormai trascinarsi, senza speranza di una rapida vittoria per l’uno o l’altro schieramento, tanto che Ettore, “annoiato”, lancia una sfida “cavalleresca”, promettendo che «a chiunque tra i Greci avrà il coraggio di affrontarlo in un combattimento “sportivo”, dimostrerà che la sua donna è di gran lunga più fedele di tutte le donne di Grecia». Tra le file dei greci intanto, Ulisse e Nestore si ingegnano di trovare uno stratagemma per indurre l’invincibile Achille a scendere nuovamente in battaglia, per cambiare le sorti del conflitto: qui il dramma shakespeariano, che attinge al medioevale “Roman de Troie”, passando per il “Filostrato” di Giovanni Boccaccio e il poema “Troilus and Criseyde” di Geoffrey Chaucer, riprende il racconto dell’“Iliade”, fino alla morte di Ettore. Nella versione de I Sacchi di Sabbia è centrale l’idea della “tregua” che qui assume i toni di un evento sportivo, in una pièce che sulle tracce di Shakespeare rappresenta più che una cronaca di guerra, «una tragicomica parodia della pace».
Una riflessione sui desideri e le aspettative di una vita a due – domenica 14 marzo alle 20.30 – con “Contratto / Dialogo per un Rapporto di Coppia” di Alice Bertini, anche protagonista sulla scena insieme con Federico Gatti, con disegno luci di Marco D’Amelio, costumi di Nunzia Russo e scene di Samuele Sabbatini, movimento scenico a cura di Alberto Bellandi, regia di Eduardo Rinaldi e Federico Gatti (Compagnia Poveri Comuni Mortali – produzione Società per Attori). Una pièce originale che analizza, attraverso le esigenze dei due protagonisti, la paura della solitudine e la necessità di uniformarsi alle regole e ai modelli imposti dall’esterno, come il miraggio di una matrimonio ideale, per costruire le basi di una convivenza partendo dalla fine, ovvero «dalla profonda crisi dei rapporti d’amore, apparentemente condannati a cedere il passo ad una società che fonda i suoi principi sulla paura, compresa quella di amare». In “Contratto” una donna e un uomo s’incontrano «per la prima volta e per sempre» e seduti davanti a un tavolino in un caffè cercano di prevedere e prevenire tutte le questioni fondamentali e i possibili dilemmi, per scongiurare incomprensioni e equivoci, stabilendo fin da principio i termini chiari di un futuro legame costruito non sulla passione ma sulla razionalità. «Solo che anche nelle famiglie meglio pianificate, i piani studiati nei minimi dettagli possono essere stravolti dall’imprevedibile» – avverte l’autrice – che sceglie il classico «binomio Uomo-Donna» come modello universale (e intercambiabile) di coppia, attraverso cui affrontare un altro tema, legato all’idea tradizionale di famiglia, ma oggi più che mai attuale, nella lotta tra l’orologio biologico e l’affermazione professionale. “Contratto” parla infatti anche di “fertilità”: «come viene vissuta oggi, come possa diventare un’ossessione e come venga percepita socialmente come elemento fondamentale per “completare la coppia” e garantire la felicità».
Il fascino e il mistero del “canto delle pietre”, in un percorso alla riscoperta dei paesaggi sonori – sabato 20 marzo alle 20.30 – con “Resounding”, una creazione della danzatrice e coreografa Francesca La Cava, con musica originale e live electronics a cura di Marco Ariano, nell’interpretazione di Angela Caputo, Andrea Di Matteo, Chiara Mameli, Camilla Perugini, Virginia Picchi e Antonio Taurino (produzione Gruppo e-Motion). “Resounding” è un’opera coinvolgente e immersiva, nata da un’idea dell’artista cagliaritana, con all’attivo un’intensa carriera come danzatrice, con collaborazioni con numerose compagnie in Italia e all’estero e con gradi maestri, vincitrice di prestigiosi premi, docente all’Accademia Nazionale di Danza di Roma e co-fondatrice del Gruppo e-Motion, e elaborata sui corpi dei performers, come una scrittura scenica, in una rigorosa partitura fisica e sonora, con un’interazione con il pubblico. Un immaginifico viaggio nella natura, come in un racconto per quadri, per dialogare con i diversi mondi – animale, vegetale e minerale – tra cui si inserisce la specie umana, capace di straordinarie intuizioni e invenzioni, ma anche di causare catastrofi e devastazioni: “Resounding” – fin da titolo, traducibile come «clamoroso, strepitoso, che si riaccende, suonante, sonoro» – è un invito a mettersi in ascolto, a percepire le vibrazioni e cogliere le “voci” delle altre forme di vita, fino al suono delle pietre. Una coreografia di danza contemporanea, tra geometrie di corpi in movimento, con l’uso della realtà aumentata e una drammaturgia decisa dal pubblico, attraverso la scelta e la sequenza delle carte – Flow States, Animal Motion, In Motion e Playing – e quindi mutevole, che si traduce in una dimensione esperienziale, volta al «raggiungimento di uno spazio liminale dove artisti e spettatori hanno la possibilità di vivere e condividere una pratica trasformante».
Un inatteso e surreale “sequestro di persona” dagli esiti imprevedibili – venerdì 26 marzo alle 20.30 – con “Bandiera”, uno spettacolo di Lucia Franchi e Luca Ricci, con Antonella Attili, Giancarlo Commare e Ania Rizzi Bogdan, con scenografie di Rosita Vallefuoco, costumi di Elena Minesso, sound design di Michele Boreggi e Lorenzo Danesin, disegno luci di Stefan Schweitzer, per la regia di Luca Ricci (produzione CapoTrave – Infinito srl). “Bandiera” parte dall’irruzione in casa di un primo ministro da parte di un giovane armato di motosega, che prende in ostaggio la moglie del politico e la governante con l’obiettivo di comunicare un messaggio, che potrebbe cambiare le sorti del pianeta: la normale routine della vita domestica viene infranta da un’azione violenta, e si crea una situazione paradossale e gravida di suspense, in cui non mancano «elementi magici e messianici». Una storia tragicomica, ai confini della realtà: «una non meglio identificata civiltà extra-terrestre cerca da tempo di correggere i destini dell’umanità, inviando un proprio emissario che reca un messaggio per due terrestri di diversa collocazione sociale – rivelano gli autori – e se questi riusciranno a stabilire fra loro una concordanza di visioni e speranze, il mondo inizierà una nuova fase edenica». Tra ipotesi fantascientifiche si affrontano temi importanti e attuali, «si parla di macro-economia, di come il vantaggio dei più ricchi poggi sullo sfruttamento dei poveri, sull’indebitamento di questi ultimi che crea sottomissione, e di come lo Stato sia complice di questa speculazione» e si discute della crisi del capitalismo, con l’inasprirsi delle diseguaglianze e di possibili soluzioni, per esempio «un giubileo che annulli tutti i debiti, come quelli che si facevano migliaia di anni fa, in Mesopotamia e in Egitto, dopo che un nuovo re o faraone era salito al trono», in un’allegoria del presente, che non rinuncia alla speranza di un futuro migliore.
Un’indagine sul confine tra realtà e follia con un classico del teatro del Novecento – sabato 10 aprile alle 20.30 – con “Il Berretto a Sonagli” di Luigi Pirandello, con Irma Ciaramella, Ivano Falco, Gino Auriuso, Margherita Patti, Gioele Rotini e Ottavia Orticello, con scene e costumi di Francesca Serpe, per la regia di Gino Auriuso (produzione Artenova ETS). In bilico fra tragedia e farsa, “‘A birritta cu ‘i ciancianeddi” è un moderno “dramma della gelosia” – scritto originariamente in siciliano, poi tradotto in italiano – in cui a reclamare vendetta e una punizione esemplare per gli adulteri è la moglie tradita, l’impulsiva Beatrice Fiorica, decisa a far scoppiare uno scandalo rivelando al mondo la liaison tra il marito, l’illustre Cavalier Fiorica e la procace Nina, moglie dello scrivano Ciampa. Nella sua giusta indignazione, la signora tralascia un dettaglio non di secondaria importanza, come la tradizione del “delitto d’onore” che imporrebbe al Ciampa, marito “cornuto”, di uccidere la moglie e l’amante, una volta che i due fedifraghi, in seguito alla denuncia della signora, siano stati sorpresi in flagranza di reato e dunque arrestati cosicché la colpa dell’adulterio sia stata ormai rivelata agli occhi di tutti. La scelta di Beatrice Fiorica, che ha rifiutato i saggi consigli del fratello Fifì e della vecchia Fana e le proposte di Ciampa, che avrebbe voluto affidarle la consorte, determina una situazione insostenibile con l’obbligo “morale” e sociale, per lo scrivano, di lavare l’onta nel sangue: un’eventualità davanti a cui anche la signora arretra. E’ infine Ciampa a risolvere l’impasse, con una trovata paradossale: la simulata pazzia di Beatrice Fiorica, che avrebbe immaginato ogni cosa, mentre l’adulterio non sarebbe mai avvenuto, solo nella sua folle gelosia la signora avrebbe scambiato un innocente “incontro” per un tradimento. Una finzione necessaria affinché, senza tragedie o delitti, salvaguardando il gioco delle maschere, dopo un soggiorno della donna in una casa di cura, tutto possa ritornare alla normalità.
(Auto)ritratto d’artista – domenica 18 aprile alle 20.30 – con “Alice (non canta) De André”, uno spettacolo scritto e interpretato dall’attrice, regista e performer Alice De André, dove la nipote del grande cantautore genovese affronta il tema di un’eredità importante, tra il senso di responsabilità e i legami di stima e di affetto, ma anche il desiderio di seguire le proprie inclinazioni a dispetto delle aspettative altrui. La figlia di Cristiano De André, classe 1999, diplomata all’Accademia 09 di Milano, ritorna nell’Isola con una pièce autobiografica, dove con ironia e profondità parla del suo rapporto con le sue origini: «Alice entra in scena con un cognome che non si può sussurrare. Di quelli che arrivano prima di te, che sollevano aspettative, che creano equivoci» – come si legge nella presentazione –. «Ma Alice no. Alice non canta De André. Non per ribellione, né per distanza. La voce di Alice non imita, racconta. Non si alza per fare il verso: si abbassa per farsi ascoltare». Uno spettacolo coinvolgente e intenso, che arriva dritto al cuore, con un allestimento scarno e essenziale: «C’è un violoncello sul palco. Una storia – anzi, tante. Un nonno mai conosciuto, canzoni che hanno segnato i passi, profumi di Sardegna, ricordi rubati, domande senza risposte, momenti buffi, teneri, spiazzanti. E poi c’è lei, Alice, che prova – con grazia e un’ironia disarmata – a diventare se stessa. Con un cognome pesante sulle spalle e una leggerezza tutta sua nei piedi». “Alice (non canta) De André” «non è uno spettacolo su Fabrizio De André. E’ uno spettacolo dopo De André. Un omaggio rovesciato. Un modo per dire: sì, mi chiamo così. Ma adesso, ascolta il resto».



















