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Servitù carcerarie, dalla sede di via Marche la richiesta di mobilitazione: «La Sardegna non può diventare un’isola-carcere»

24 Settembre 2026
in In primo piano, Politica, Sardegna
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Carceri, lettera aperta di Alemanno a Nordio su caso detenuto 87enne: ‘no ‘nonnetti’ in cella’
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Ieri, nella sede di via Marche 9, “domo de is omines e de is feminas de Sardigna”, si sono riuniti i responsabili di numerose associazioni per discutere dei problemi delle servitù carcerarie in Sardegna e delle conseguenze che il sistema penitenziario produce sui territori, sulla comunità e sulle persone che vivono e lavorano all’interno degli istituti. Attorno a una questione che attraversa l’intera Isola, da nord a sud e da est a ovest, sta lentamente maturando una convergenza di intenti tra realtà associative e sociali diverse.

Ad aprire i lavori è stato Marco Mameli, presidente di Assotziu e vicepresidente della Confederazione Sindacale Sarda, presentando una bozza di documento nella quale sono raccolti i principali punti della vertenza. Il documento parte dalla situazione della casa circondariale di Cagliari-Uta e dalla realizzazione del nuovo padiglione destinato al 41-bis. Il Ministero della Giustizia aveva previsto a Uta un nuovo padiglione da 92 posti per il regime speciale. Oggi la stessa struttura registra 858 detenuti a fronte di 652 posti regolamentari, secondo i dati aggiornati al 19 settembre 2026 pubblicati dal Ministero della Giustizia.

Da qui nasce il primo punto della vertenza: il no alla trasformazione della Sardegna in un super-polo del 41-bis e al principio dell’“isola-carcere”. La bozza chiede di fermare l’accentramento e di rivedere la distribuzione dei detenuti sottoposti ai regimi di alta e altissima sicurezza, considerando anche il particolare svantaggio determinato dall’insularità. Non si contesta l’esistenza del regime previsto dalla legge, ma la scelta di concentrare nell’Isola una quota rilevante di questa funzione penitenziaria senza un adeguato confronto con il territorio e con le istituzioni sarde. La richiesta è quindi anche quella di superare l’uso distorto del vincolo insulare come elemento per giustificare un confinamento lontano dai principali centri amministrativi e decisionali.

Mameli ha sottolineato che, di fronte all’incapacità delle istituzioni di dialogare e coordinarsi, è necessario che siano le associazioni, attraverso una mobilitazione civile, a far emergere con chiarezza il proprio disappunto. La questione, infatti, non riguarda soltanto il 41-bis, ma l’intero sistema carcerario sardo e le condizioni nelle quali esso viene gestito.

Il secondo grande capitolo della bozza riguarda la difesa della sanità pubblica e della dignità della persona. Il documento chiede risorse sanitarie dedicate, con un piano straordinario per l’assunzione e l’assegnazione di medici, psichiatri, psicologi e operatori socio-sanitari all’interno degli istituti. Chiede inoltre maggiore attenzione alla salute mentale, alla prevenzione degli atti di autolesionismo e dei tentativi di suicidio e alla costruzione di veri percorsi di cura e riabilitazione.

È un tema emerso con forza anche durante il dibattito. Rita, che insieme a Maria Grazia Calligaris opera concretamente nel sostegno alle detenute e ai detenuti attraverso diverse attività, ha parlato del “disumanesimo” che ancora caratterizza una parte della realtà carceraria. Ha ricordato le condizioni particolarmente pesanti vissute durante l’estate, con il caldo e il sovraffollamento che hanno reso difficilissima la permanenza nelle celle, fino a costringere alcune detenute a dormire a terra alla ricerca di un minimo di refrigerio.

Il terzo punto della proposta riguarda le condizioni lavorative e la sicurezza del personale. La bozza chiede l’adeguamento degli organici della Polizia Penitenziaria, denunciando una carenza strutturale che si traduce in turni pesanti, difficoltà operative e problemi nel garantire contemporaneamente sicurezza e attività trattamentali. A Uta, i dati ministeriali aggiornati al 31 agosto indicano 330 agenti effettivi rispetto a 438 previsti. Il documento chiede inoltre di ripristinare adeguati ruoli di mediazione, perché il personale di vigilanza non può essere chiamato a supplire alle carenze di mediatori culturali, educatori e altre figure professionali.

Un altro capitolo è dedicato alla riconversione produttiva e allo sviluppo delle colonie penali. La proposta non si limita alla denuncia, ma indica anche una strada diversa: valorizzare il modello delle colonie agricole di Isili, Mamone e Is Arenas, investendo sulla formazione professionale, sul lavoro retribuito e sullo sviluppo delle attività produttive, anche attraverso la valorizzazione del marchio “Galeghiotto”. Parallelamente vengono chieste risorse per intervenire sulle strutture degradate, comprese le camere di sicurezza territoriali, la cui indisponibilità rende più difficile il lavoro delle forze dell’ordine e la gestione della prima accoglienza.

Su questi temi Valter di Sa Defenza ha parlato della condizione di sudditanza che, secondo la sua lettura, caratterizza spesso il rapporto della Sardegna con decisioni assunte altrove senza un adeguato coinvolgimento del territorio. Ha richiamato anche il tema del mancato coinvolgimento della Regione nelle decisioni relative ai trasferimenti verso l’Isola.

Angelo Cremone, noto nei movimenti ambientalisti, insieme a Lidia Frailis, ha richiamato invece la passività con cui la Sardegna si è spesso abituata a sopportare decisioni e situazioni imposte dall’esterno, sostenendo la necessità di reagire con fermezza e di sviluppare un’azione rivendicativa capace di far sentire la propria voce.

Aldo Dota ha posto l’accento sulle lacune istituzionali e sull’incapacità dei diversi livelli di governo di comunicare efficacemente tra loro. Da qui la necessità, ha sostenuto, di non procedere come tanti arcipelaghi separati, ciascuno chiuso nella propria dimensione, ma di costruire una convergenza tra associazioni e realtà sociali su alcune grandi questioni che riguardano l’interesse della Sardegna.

Gli ha fatto eco Giacomo Meloni, segretario generale della Confederazione Sindacale Sarda, che ha evidenziato quella che considera l’assenza di una classe politica capace di affrontare adeguatamente la fase che attraversa l’Isola. In assenza della politica, ha sostenuto, associazioni e corpi sociali devono assumersi una maggiore responsabilità, sviluppando una funzione di supplenza e costruendo gli anticorpi necessari per affrontare le diverse vertenze aperte, compresa quella carceraria.

Antonello Pranteddu, presidente della Confederazione Autonoma Sindacati Commercianti, Cascom Impresas de Sardigna, ha ricordato come la sede di via Marche 9 abbia ormai assunto la connotazione di una vera “casa dei sardi”, luogo di confronto tra organizzazioni e sensibilità differenti. La questione carceraria, ha sottolineato, si inserisce in una riflessione più ampia sulle tante servitù che gravano sull’Isola e sulla necessità di individuare strumenti di tutela per i territori e per le comunità.

Alla fine dell’incontro, Marco Mameli ha proposto di trasformare la discussione in una prima iniziativa concreta: un presidio e sit-in davanti alla Casa Circondariale di Cagliari-Uta, contro l’accentramento del 41-bis e contro le condizioni di disumanità che possono riguardare l’intero mondo carcerario, detenuti, agenti della Polizia Penitenziaria, operatori sanitari, educatori e tutte le persone che quotidianamente vivono questi luoghi.

La proposta è stata accolta da tutti gli intervenuti. Il documento chiede ora alla Regione Autonoma della Sardegna di intervenire sui flussi detentivi e di bloccare, per quanto di competenza, ulteriori trasferimenti verso gli istituti sardi in assenza delle necessarie condizioni strutturali, sanitarie e organizzative; al Ministero della Giustizia di rivedere i trasferimenti di detenuti sottoposti a regimi speciali fino al ripristino di organici e garanzie adeguate; e alla cittadinanza, alle associazioni, ai comitati, ai movimenti, ai sindacati, alle istituzioni e agli enti locali di costruire una rete permanente di monitoraggio e partecipazione, fino ad arrivare a una manifestazione regionale.

La mobilitazione di Uta, dunque, non viene proposta soltanto come una protesta contro una struttura o contro una singola decisione. L’obiettivo dichiarato è aprire una vertenza più ampia sul rapporto tra sistema penitenziario, territorio e comunità, affermando che sicurezza, dignità della persona, salute, condizioni di lavoro, reinserimento sociale e diritti della comunità devono essere affrontati insieme. La Sardegna chiede di non essere considerata semplicemente come uno spazio nel quale concentrare funzioni e servitù decise altrove, ma come una comunità che deve essere ascoltata e coinvolta nelle decisioni che riguardano il proprio territorio. Scritto da Antonello Pranteddu, presidente della Confederazione Autonoma Sindacati Commercianti, Cascom Impresas de Sardigna.

Tags: confederazione sindacale sardaCssLa Sardegna non può diventare un’isola-carcereServitù carcerarie

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