Siamo partiti da Sassari alle 23.30 di sera, direzione Cagliari. Poco più di 200 chilometri sulla statale più importante della Sardegna, la SS131 o conosciuta con il nome infelice di “Carlo Felice”, quella che da quasi due secoli è la spina dorsale dell’isola, l’unica vera dorsale che collega il nord al sud della Sardegna. Abbiamo guidato per tutta la notte, tra le gimcane delle deviazioni, senza riuscire a fermarci un solo momento per bere un caffè, comprare una bottiglietta d’acqua o mangiare qualcosa. Non un bar, non un’area di servizio attiva, qualche macchinetta automatica per giunta fuori servizio. Niente. Il buio e il silenzio, per 180 chilometri abbondanti, da Sassari fino a Cagliari.
Abbasanta, tappa d’obbligo di chiunque percorra la Carlo Felice, quasi un “culto”: chiusa. Tramatza, altro punto di riferimento storico per i viaggiatori: chiusa. Il copione si è ripetuto uguale ad ogni uscita, ad ogni svincolo. Saracinesche abbassate e parcheggi deserti. Torniamo in auto con la stessa frustrazione di chi vorrebbe una piccola Oasi ma non la trova.
Non stiamo raccontando di un viaggio su una stradina secondaria di campagna. Stiamo parlando della SS131, che percorre l’isola per 231 chilometri da Cagliari a Porto Torres, inserita nelle reti transeuropee dei trasporti e classificata come strada europea E25. Una strada che Anas gestisce per quasi 225 chilometri, su cui dal 1992 si sono investiti fondi pubblici per adeguarla agli standard di una strada extraurbana principale, con spartitraffico, svincoli a livelli sfalsati e velocità di percorrenza di 110 km/h. Una strada, insomma, che per infrastruttura vale quanto un’autostrada. Ma che di notte è deserta peggio del Sahara.
Il problema non è nuovo, eppure nessuno sembra volerlo affrontare davvero. Chi percorre la Carlo Felice di notte, che siano autotrasportatori, lavoratori, viaggiatori che arrivano con i traghetti notturni o semplici cittadini che si spostano tra le due principali città dell’isola, si trova davanti a un vuoto di servizi che in qualsiasi altra regione d’Italia sarebbe considerato inaccettabile.
Pensate all’Autostrada del Sole, alla A1, alla A14: ogni ottanta chilometri, se non meno, trovi un’area di servizio aperta ventiquattr’ore su ventiquattro, con carburante, bar, ristorante, bagni, wi-fi. In Sardegna, sulla strada più trafficata dell’isola, quella stessa offerta semplicemente non esiste.
Eppure i numeri, sempre tanto sbandierati dalla politica, del turismo sardo raccontano un’isola in piena espansione. Diamo qualche numero, secondo i dati ufficiali della Regione, nel 2025 la Sardegna ha superato per la prima volta nella storia la soglia dei venti milioni di presenze turistiche, raggiungendo quota 21,8 milioni con oltre 5 milioni di arrivi complessivi, segnando un incremento del 15,6% rispetto all’anno precedente. Nel 2024 i porti sardi avevano già registrato oltre 6,5 milioni di passeggeri, in crescita del 5,2% rispetto al 2023. La componente internazionale si conferma maggioritaria, con la Germania primo mercato estero con oltre 3,2 milioni di presenze, seguita da Francia, Svizzera, Regno Unito e da mercati in forte crescita come gli Stati Uniti, che nel 2025 hanno raggiunto 400 mila presenze. Questi turisti arrivano in traghetto, atterrano agli aeroporti di Cagliari, Olbia, Alghero, e poi si muovono. Si muovono su strada. Spesso di notte. Spesso sulla SS131.
La Sardegna promuove se stessa come destinazione di eccellenza, e i numeri le danno ragione. L’assessore regionale al Turismo Franco Cuccureddu ha parlato di «crescita esponenziale mai riscontrata prima». I dati elaborati per la BIT di Milano del febbraio 2026 certificano turisti con una capacità di spesa in aumento, una permanenza media in crescita fino a 4,9 giorni, mercati nordamericani e australiani sempre più presenti. Ma poi quel turista , quella famiglia svizzera, quel viaggiatore americano che percorre la Carlo Felice di notte non trova un posto dove fermarsi a ristorarsi e sicuramente porta a casa un’impressione che nessuna campagna promozionale riuscirà mai a cancellare.
La questione non riguarda solo il turismo, naturalmente. Gli autotrasportatori la percorrono ogni giorno e ogni notte per muovere merci da un capo all’altro dell’isola. Sono lavoratori che per legge devono rispettare tempi di guida e di riposo, che hanno bisogno di fermarsi, rifocillarsi, usare servizi igienici degni di questo nome. In un’isola senza autostrade, dove la Carlo Felice svolge di fatto il ruolo che nelle altre regioni italiane tocca ai grandi assi autostradali, l’assenza di aree di servizio attive nella fascia notturna è un problema che tocca la sicurezza stradale prima ancora che il comfort. La stanchezza alla guida è una delle principali cause di incidente, e non poter interrompere un lungo viaggio notturno per sgranchirsi le gambe e bere qualcosa di caldo è un rischio che ricade sull’intero sistema viario.
La domanda che bisogna farsi è semplice: di chi è la responsabilità? La gestione della SS131 è in capo ad Anas, società del gruppo FS che amministra e mantiene la rete stradale nazionale. Ma le aree di servizio sono gestite da operatori privati che affittano le concessioni, e qui entra in gioco un meccanismo che in Sardegna non funziona. I costi di gestione, il volume di traffico notturno ritenuto insufficiente, le difficoltà di reperimento del personale: sono queste le giustificazioni che si sentono ciclicamente. Giustificazioni che però ignorano il fatto che il problema non riguarda solo la redditività di un singolo esercizio commerciale, ma la qualità di un servizio pubblico essenziale su un’infrastruttura di interesse nazionale. Eppure ricordiamo che nel periodo pre-covid la stazione Tamoil era aperta 24/24.
In Sardegna non esistono autostrade, e questo è un dato strutturale che l’isola porta con sé da decenni, frutto di scelte politiche discutibili e di una pianificazione infrastrutturale che ha privilegiato la statale rispetto al raccordo autostradale. Ma proprio per questo l’isola dovrebbe essere dotata degli stessi standard di servizio che su qualunque autostrada italiana sono considerati obbligatori e non negoziabili. H24, tutti i giorni, in ogni stagione.
C’è poi un paradosso che vale la pena sottolineare. Si parla continuamente di destagionalizzazione del turismo sardo, di allungare la stagione oltre i mesi estivi, di attrarre visitatori in ottobre, novembre, dicembre. I dati del 2025 mostrano effettivamente una crescita. Ma un viaggiatore che arriva fuori stagione, che affronta un traghetto notturno e poi deve percorrere duecento chilometri di statale all’alba di un mattino di novembre, non trova nulla. E allora la destagionalizzazione diventa un concetto bellissimo solo nei comunicati stampa della Regione.
Qui non si tratta di costruire nuovi aeroporti o di scavare chissà quale tunnel. Si tratta di garantire, su un’arteria di 231 chilometri che attraversa l’intera isola, almeno tre o quattro punti di sosta pienamente operativi nelle ore notturne, dotati dei servizi minimi: carburante, bar, bagni. Potrebbe farlo Anas nell’ambito dei propri accordi con i gestori delle aree di servizio. Potrebbe farlo la Regione Sardegna con un bando di incentivazione specifico per i gestori che garantiscono l’apertura notturna legando parte dei fondi per le infrastrutture turistiche all’effettiva erogazione di servizi su strada. Le soluzioni esistono. Quello che manca è la volontà politica di applicarle.
La Sardegna è un’isola capace di attrarre turisti e da tutto il mondo con la sua bellezza, la stessa bellezza che poi viene attaccata da miseri speculatori che vorrebbero una terra solo per ricchi.
La prossima volta che la Regione presenterà i suoi dati da record a qualche fiera del turismo, qualcuno dovrebbe alzare la mano e fare una domanda sola: avete mai percorso la SS131 alle due di notte cercando un caffè o un bagno? Perché quella risposta vale più di qualsiasi vetrina da propaganda. Il turismo sostenibile è possibile solo con dei piani precisi partendo proprio dai servizi essenziali.
Se vi capiterà di farvi un viaggio notturno vi consigliamo quindi di munirvi di termos con del buon caffè, acqua e qualche snack.
di Alisàndru






















