La crisi in Iran e le tensioni che interessano lo Stretto di Hormuz espongono la Sardegna a rischi economici più ampi di quanto comunemente si ritenga. Non c’è infatti solo il tema, ben noto, delle forniture energetiche e delle ripercussioni sui prezzi dei carburanti: a emergere con forza è anche l’importanza dell’export sardo verso i Paesi del Golfo Persico, un’area che ha un peso ampiamente sottovalutato, ma estremamente rilevante per alcuni comparti produttivi dell’Isola. È quanto evidenzia il nuovo report del Centro Studi di Confindustria Sardegna, intitolato “L’export della Sardegna nei Paesi del Golfo Persico”.
«La possibile chiusura dello Stretto di Hormuz viene letta quasi esclusivamente in chiave energetica, ed è comprensibile, ma per la Sardegna c’è un altro elemento che merita la stessa attenzione: l’export», dichiara il direttore del Centro Studi di Confindustria Sardegna, Andrea Porcu. «Approfondendo i rischi derivanti dalla guerra in Iran, le nostre ricerche hanno rilevato come l’Isola sia molto più esposta dell’Italia ai contraccolpi commerciali nell’area del Golfo. Non parliamo soltanto di approvvigionamenti e di costi dell’energia, ma di mercati di sbocco che per alcuni comparti dell’economia sarda sono assolutamente rilevanti. È un aspetto che finora non è stato preso in considerazione, ma che può avere effetti importanti su produzione, fatturato e prospettive di crescita».
Secondo lo studio, se dal lato delle importazioni l’esposizione dell’economia sarda appare in realtà limitata, anche dal punto di vista energetico, sorprendentemente risulta invece molto più significativa quella sul fronte dell’export. Dal 2020 ad oggi, gli otto Paesi che si affacciano sul Golfo – e le cui rotte commerciali passano quindi attraverso lo Stretto di Hormuz – hanno rappresentato complessivamente il terzo principale mercato estero per la Sardegna, dopo Stati Uniti e Spagna. Il valore cumulato delle esportazioni sarde verso l’area è stato pari a 901 milioni di euro, di cui 755 milioni relativi a prodotti non petroliferi: una quota che equivale al 10% dell’export non petrolifero regionale e a quasi il 20% di quello extraeuropeo. Un’esposizione sensibilmente più elevata rispetto alla media italiana, che destina alla stessa area il 3% delle esportazioni non petrolifere complessive e meno del 10% di quelle extraeuropee.
Tra i singoli mercati, il Qatar tra il 2020 e il 2025 ha acquistato beni dalla Sardegna per oltre 300 milioni di euro, con un ruolo particolarmente rilevante dei prodotti manifatturieri e una presenza costante di chimica, macchinari e lapideo. L’Arabia Saudita, secondo mercato dell’area con più di 200 milioni di euro nello stesso arco temporale, ha mostrato una crescita marcata, sostenuta inizialmente soprattutto dai prodotti chimici e, più di recente, anche dai prodotti in metallo e dai macchinari. Molto rilevanti anche gli Emirati Arabi Uniti, con 83 milioni di euro cumulati dal 2020 e oltre 24 milioni nel solo 2025, grazie soprattutto alla crescita di chimica, macchinari, agroalimentare e nautica.
Nel 2025, i principali partner dell’area sono stati Arabia Saudita e Bahrein, entrambi tra i dieci Paesi al mondo che più importano dalla Sardegna, rispettivamente con 40 e 38 milioni di euro, seguiti dagli Emirati Arabi Uniti con oltre 24 milioni. Restano comunque significative le esportazioni verso il Qatar, che hanno sfiorato i 10 milioni di euro.
Il report evidenzia inoltre come alcuni settori dell’economia regionale presentino un’esposizione particolarmente elevata ai mercati del Golfo. Tra il 2020 e il 2025, i prodotti manifatturieri hanno indirizzato nell’area quasi un quarto del proprio export complessivo, per un valore vicino ai 400 milioni di euro. Anche i prodotti chimici mostrano una dipendenza significativa, con oltre 250 milioni di euro esportati nello stesso periodo, il 20% del totale del settore e un terzo delle esportazioni extra europee. Notevole anche l’incidenza per i macchinari, con 46 milioni di euro e il lapideo.





















