In seguito agli ardenti mesi autunnali che hanno visto una mobilitazione di massa come non si vedeva da un decennio sul nostro territorio, sono giunti dalla Questura di Cagliari due procedimenti penali che ci vedono inseriti nel registro degli indagati di quest’ultima operazione repressiva. Tra i vari capi d’accusa presenti nei due procedimenti figurano cortei non autorizzati, interruzione di pubblico servizio, blocco stradale, travisamento e resistenza aggravata a pubblico ufficiale.
I fatti contestati riguardano in breve le giornate di mobilitazione a sostegno della Resistenza Palestinese del 22 settembre e del 3 e del 4 ottobre, nonché il corteo del 1 novembre in opposizione alla manifestazione nazionale per la Remigrazione di Blocco Studentesco (costola giovanile di CasaPound Italia) e di altre organizzazioni neofasciste europee.
Il tenore a dir poco ilare di questa ennesima morsa del fronte repressivo non ci spaventa né tantomeno ci stupisce. La minaccia implicita che, goffamente, la Digos di Cagliari pone verso coloro che osano attraversare a testa alta e fuori dai recinti l’ombra di questi tempi non ci lascia inermi o rassegnati. La farsa democratica che smascheriamo nella propria nudità mostra il suo reale volto in modo sempre più violento tra retoriche autoritarie e colpi alle aree conflittuali degli eterogenei movimenti politici dal basso nella città di Cagliari.
La reazione non può e non deve lasciarci addosso un’ indignazione sterile e spaesata in quanto è impensabile, oggi come ieri, ritenere che la giustizia borghese o le istituzioni democratiche tutte possano esprimere qualcosa di diverso dal potere politico e dal sistema economico che rappresentano. Sta a noi prendere in mano le nostre vite per inceppare gli ingranaggi di questo sistema mortifero con qualsivoglia mezzo occorra alla lotta: propaganda, cortei, blocchi, scontri di piazza, azione diretta distruttiva.
Consapevoli che tutto ciò comporta una risposta da parte del sistema stesso, in quanto componenti rivoluzionarie anarchiche, comuniste o indipendentiste, non possiamo certo aspettarci, essendo avversi ad esso, di venir trattati con i guanti di velluto.
Il fatto che si stia allargando pericolosamente e in modo sempre più veloce l’insieme delle condotte e delle pratiche individuati come devianza dalla norma è semplicemente sintomo di quanto lo Stato sia debole e di quanto abbia necessità di difendere uno status quo fragile che si serve del pugno di ferro per nascondere e al tempo stesso disvelare i cambiamenti di fase storica che il sociale tutto sta subendo. Stiamo vivendo un momento storico in cui anche le pratiche più moderate creano crepe, in quanto il modello a cui socialmente ci si avvicina è quello della cieca obbedienza e della sottomissione sotto ogni aspetto del vivere. La militarizzazione sociale sempre più evidente e invadente è un tassello importante del canto del cigno del falso pacifismo della vecchia Europa, dell’egemonia statunitense e dell’andamento attuale del sistema neoliberista globale. La guerra è alle porte e questo conflitto a cui sempre più paesi si preparano predispone anche l’addomesticamento del fronte interno attraverso la repressione e uno stato di emergenza permanente. Per questo motivo cercano di spezzare l’opposizione reale innanzitutto nei suoi anelli più duri.
Non a caso è forte, da parte dei media e non solo, la tendenza a bollare come estremista o composto da infiltrati ogni gruppo che si organizza per affrontare lo scontro sociale. Questo tentativo di delegittimare con lo spauracchio della legalità le lotte, isolando le componenti non pacificabili, è un copione già conosciuto: divide et impera. La propaganda di coloro che detengono l’egemonia culturale, semplificata fino all’osso, mira a rendere impensabile anche la sola idea che per gli oppressi sia possibile, oltre che necessario, organizzarsi e innalzare con serietà e determinazione lo scontro al fine di una lotta radicale. Si vogliono colpire le idee rivoluzionarie, ma soprattutto le pratiche conflittuali al fine di sgombrare il campo interno di battaglia da ogni possibile scintilla che potrebbe accendere la miccia. Posizioni non recuperabili quali l’antisionismo e l’antifascismo militante diventano pericolose per i tutori dell’ordine nel momento in cui sono sostenute da analisi precise e radicali sul reale, dalla volontà di lottare senza compromessi e dalla capacità di farlo con ogni mezzo necessario, attuando pratiche che sabotano e osteggiano lo status quo. La destabilizzazione che ciò provoca allarga le crepe di un sistema già in crisi, colpendo di volta in volta i suoi principali pilastri: il profitto, l’ordine sociale necessario al consumo e il monopolio della violenza. A noi il compito di inserirci in queste crepe restando uniti e costruendo il fronte della diserzione totale per un disfattismo rivoluzionario.
In quanto indagati e indagate nonché in quanto individualità anarchiche non possiamo fare a meno di rivendicare politicamente tutte le pratiche conflittuali contestate a noi e a tutte le persone attualmente nel mirino della repressione. Consapevoli del fatto che esse rappresentano uno strumento imprescindibile della lotta contro l’autorità del sistema Stato-Capitale globale, insieme alle pratiche rivendichiamo ancora una volta e una volta di più le idee che ci hanno portato a scendere in piazza. Rivendichiamo l’antisionismo e il sostegno incondizionato alla Palestina, alla sua Resistenza e alla sua lotta armata. Rivendichiamo l’antifascismo militante che scorre nelle vene del nostro percorso storico-politico e rivive nei nomi dei nostri morti dal Batallón de la Muerte alla Colonna Ascaso, dagli attentatori di Mussolini come Michele Schirru e Gino Lucetti ai partigiani come Belgrado Pedrini e Goliardo Fiaschi.
Affermiamo con forza la volontà e la necessità di fare fronte comune con le altre realtà colpite nonché di continuare la lotta senza rimorsi e senza paure.
Assemini, 4 marzo 2026


























