E’ attivo anche in Sardegna il neo costituito Comitato “Avvocati per il No”, nato in vista del referendum sulla giustizia che si terrà il 22 e 23 marzo.
Gli organismi nazionali del Comitato si riuniscono oggi a Roma, alla presenza di numerosi esponenti della società civile, della magistratura, del mondo politico e degli altri comitati per il No.
Il Comitato è nato nelle scorse settimane dall’iniziativa di un gruppo di professionisti che si definiscono “difensori della Costituzione”.
In poco più di un mese ha già raccolto oltre 700 adesioni di avvocati provenienti da tutti i Fori d’Italia.
Il presidente nazionale è il penalista Franco Moretti.
L’avvocato cagliaritano Giovanni Dore è stato nominato vicepresidente nazionale, nonché portavoce per il Foro di Cagliari, incarico che condivide con l’avvocata penalista Annamaria Busia.
«L’entusiastica partecipazione di tanti avvocati al nostro Comitato – dichiara l’avv.Busia – dimostra chiaramente che il mondo dell’avvocatura non è affatto compatto a favore dei Sì alla riforma, come spesso viene accreditato. Molti di noi esprimono un voto contrario e vogliono far sentire la propria voce per cercare di fermare questo attacco alla Costituzione.
Non ci fermiamo e andremo avanti con determinazione per spiegare il contenuto di questa brutta riforma e le insidie che essa nasconde».
«La pessima riforma Meloni-Nordio sta risvegliando la coscienza democratica del Paese – afferma l’avv. Dore – fondata sui delicati equilibri costituzionali nati dal lavoro di quasi due anni svolto dai Costituenti, all’indomani della Seconda guerra mondiale e dopo la fine dell’odiosa dittatura. Al contrario di quanto avvenne allora, l’attuale maggioranza, per la prima volta nella storia della Repubblica, ha rifiutato ogni dialogo con la società civile e ha impedito persino la discussione delle proposte di emendamento parlamentare che avrebbero potuto migliorare l’impianto della riforma ed evitare le gravi asimmetrie previste per le nomine dei componenti».
«Il voto referendario – prosegue Dore – non riguarda la separazione delle carriere, già realizzata con legge ordinaria, ma rappresenta la volontà di ‘vendetta’ del potere politico nei confronti della magistratura, con l’obiettivo di dividerla per avere le mani libere sul proprio operato, anche quando questo sconfina nell’illegalità manifesta», scrive l’Ansa.





















