C’è un curioso sport nazionale che in Italia non conosce stagioni morte: quello di distribuire patenti morali a tutti, salvo poi scoprire che il primo a guidare contromano è proprio chi le firma. L’ultimo esempio ce lo offre Paolo Maninchedda, ex politico, professore universitario, che da tempo ha trasformato la faziosità in un metodo di lavoro e, a quanto pare, in una vera e propria religione laica.
Nel suo articolo, Maninchedda finge di interrogarsi sul silenzio dell’università italiana davanti alle proteste in Iran. Peccato che lo faccia con un gioco di specchi così distorto da risultare quasi comico, se non fosse tragico. Mette sullo stesso piano il genocidio di Gaza e le proteste dei giovani iraniani, come se fossero capitoli della stessa storia. Un parallelismo blasfemo, pretestuoso, intellettualmente disonesto. Gaza è una carneficina sistematica, un popolo sotto bombardamento e assedio; l’Iran è un Paese complesso, sotto sanzioni devastanti, con tensioni sociali reali e problemi di governance che il suo stesso governo non nega. Confondere le due cose è come paragonare un incendio doloso a una febbre: in entrambi c’è calore, ma le cause e le responsabilità non c’entrano nulla.
Poi arriva il Venezuela, tirato dentro come un jolly da baraccone. Paragonare il governo bolivariano a una teocrazia iraniana, o peggio, usare Caracas come metafora universale del male, significa non capire nulla di geopolitica, di storia, di democrazia reale. Il Venezuela è stato oggetto di tentativi di golpe, di sanzioni, di assedi economici e persino di operazioni militari mascherate; l’Iran vive sotto il più duro regime sanzionatorio del pianeta. Mettere tutto nello stesso frullatore ideologico è la versione accademica dei meme di Facebook: rumore, zero sostanza.
E qui emerge il vero problema: Maninchedda non cerca la verità, cerca la sua parte. È un filo-sionista che distribuisce giudizi a chiunque osi criticare Israele, ma poi si erge a paladino della libertà quando conviene alla sua narrazione. Hamas diventa “gruppo armato radicale”, Israele è sempre implicitamente assolto, mentre chiunque non si allinei viene relegato nel girone degli impresentabili. È la solita liturgia delle fazioni: la giustizia vale solo quando serve a colpire il nemico, mai quando riguarda gli amici.
Sul caso iraniano, perfino il portavoce del governo ha ammesso ciò che Maninchedda finge di non vedere: il Paese è strangolato da sanzioni che nessuna economia potrebbe sopportare, nemmeno per pochi mesi. La crisi è anche frutto di cattiva gestione e di privilegi di un’élite, ed è sacrosanto che il popolo iraniano lo contesti. Ma trasformare tutto questo in una favola morale utile a legittimare l’agenda di Washington e del Mossad è un’altra cosa. È geopolitica da bar sport, non analisi.
Alla fine, il professore ci regala il suo solito sermone contro le “fazioni”, senza accorgersi di essere il primo sacerdote di quella chiesa. Accusa gli altri di idolatrare le idee, mentre lui sacrifica sistematicamente la realtà sull’altare del proprio schieramento. E così, mentre distribuisce lezioni di etica al mondo, dimentica una cosa semplice: la libertà non è una bandiera da sventolare contro i nemici e riporre nel cassetto quando riguarda gli alleati.
Forse Maninchedda farebbe meglio a occuparsi della sua Repubblica Sarda e delle cose di casa nostra. Il mondo è grande, complicato e non si lascia ridurre a un tweet morale o a un documento di senato accademico. Per capirlo servono studio, onestà intellettuale e un minimo di umiltà. Tre cose che, a giudicare dai suoi articoli, sembrano ormai più rare delle sanzioni che strangolano l’Iran.
Di Raimondo Schiavone

























