Mina, nel 1961, cantava ” le mille bolle blu”, oggi la canzone suonerebbe diversa. C’era un tempo in cui quel piccolo fregio azzurro accanto a un nome non era solo un’icona messa lì a caso, ma il punto d’arrivo di un percorso fatto di passione e traguardi. Infatti la spunta blu era la prova tangibile che il “mondo” (o almeno l’algoritmo e i suoi supervisori) si era accorto di te per un merito che dovevi dimostrare con documenti e rassegna stampa . Per un artista o un professionista, significava: “Esisto, sono chi dico di essere e il mio lavoro ha un peso”. Insomma, la spunta blu attestava una reale prova di competenza e credibilità data da un percorso dimostrabile.
Oggi, quel simbolo si è trasformato in una voce di costo nel bilancio annuale, accanto all’abbonamento a Netflix o alla palestra. Con l’avvento di Twitter Blue (ora X Premium) e Meta Verified, la credibilità è stata declassata a ticket valido per chiunque, per giunta molto caro. Ma se tutti possono essere, diciamo “certificati” al prezzo di un abbonamento, che fine fa il valore della distinzione e del merito?
Il problema non è la possibilità per un utente comune di proteggere il proprio account, ma la confusione semantica che ne deriva. Vendere la spunta significa vendere l’illusione della credibilità. Tuttavia, la vera autorevolezza non può essere acquistata con una carta di credito; essa risiede nello storico delle esperienze, nelle pubblicazioni, nei premi ricevuti, nella propria rassegna stampa e nell’impatto reale che un professionista / artista ha sulla società reale.
Quando la certificazione dell’identità si fonde con la certificazione del merito, il pubblico perde la strada e spesso resta confuso. Se un musicista o artista con trent’anni di carriera ha lo stesso “bollino” di un profilo nato ieri che ha la spunta magica e paga 15/16 euro al mese ovvero quasi 200 euro annuali, il segnale di fiducia viene inquinato alla radice.
Un aspetto da sottolineare è che l’abbonamento è per singolo account. Se un professionista / artista vuole la spunta sia su Facebook che su Instagram, spesso deve pagare due abbonamenti separati (anche se Meta propone ciclicamente dei “bundle” scontati per gestire entrambi).
Le piattaforme furbamente giustificano questa scelta parlando di “democratizzazione”, ma la realtà appare più simile a una necessità di fare cassa in un mercato pubblicitario saturo. Il rischio è che la spunta blu diventi un feticcio per chi cerca una scorciatoia, svuotando di significato il lavoro di chi, per anni, ha costruito la propria reputazione mattone dopo mattone, articolo dopo articolo.
Un artista dovrebbe essere verificato perché la sua arte è riconosciuta, non perché ha sottoscritto un piano di abbonamento. La credibilità dovrebbe essere un riflesso del mondo reale nel digitale, non una funzione attivata a pagamento.
E’ recente la posizione della Commissione Europea su questa questione. Nel dicembre 2025, la Commissione ha inflitto una multa record a X (ex Twitter) proprio a causa delle spunte blu. La Commissione infatti ha stabilito che il sistema di verifica a pagamento “inganna gli utenti”, poiché chiunque può ottenere lo status di ‘verificato’ senza che la piattaforma controlli realmente l’identità o l’autorevolezza dietro l’account. Secondo l’UE, questo sistema viola il tanto discusso Digital Services Act (DSA) perché mina la trasparenza e favorisce la diffusione di disinformazione.
Purtroppo viviamo in un mondo liquido, Bauman docet, dove essere e apparire conta più della sostanza ed una spunta blu ti da quella sensazione che ti fa dire : “ wow anche io sono un certificato…ora mi riconosceranno tutti. “ ma alla fine è un po come comprarsi likes, views e followers nel mercatino del web ci trovi veramente di tutto.
La spunta blu è diventata quindi l’abito buono del web, un vestito che non fa il famoso monaco e che oggi indossano tutti per sembrare importanti, ma che non dice nulla sulle reali competenze di chi lo porta. Se l’autorevolezza diventa una merendina da scaffale, il rischio è l’inflazione totale della fiducia. Ma c’è una buona notizia: il pubblico, quello vero, ha un sesto senso per la sostanza.
Potete comprare il distintivo, ma non potete comprare la storia. E alla fine della giornata, tra un profilo con la spunta pagata e un professionista con uno storico inattaccabile, sarà sempre il secondo a spostare davvero l’ago della bilancia. La domanda rimane: preferite essere clienti di un social e spendere bei soldoni per un bollino stile banana chiquita oppure restare veri, veri artisti?
di Nootempo Factory


















