La narrativa occidentale, nonostante tutto ciò che è accaduto nel mondo in questi ultimi anni, non cambia di una virgola. Cambiano i teatri, cambiano i nomi dei “cattivi”, ma lo schema resta identico, ossessivo, prevedibile. Un copione scritto altrove e recitato con zelo dalla grande stampa, dagli opinionisti embedded e dagli allocchi da social network.
Dopo Gaza, dove persino alcune delle testate più apertamente filosioniste sono state costrette, obtorto collo, a riconoscere che quello in corso è un genocidio, ci si sarebbe aspettati una frattura narrativa. Nulla.
Dopo la Siria, dove l’Occidente ha finito per legittimare e riconoscere come interlocutore di Stato un terrorista assassino, mandante morale e politico della strage del Bataclan di Parigi, celebrato con tutti gli onori istituzionali, ci si sarebbe aspettati almeno un sussulto etico. Nulla.
Dopo il golpe in Venezuela, dove un presidente legittimamente eletto è stato portato via nottetempo, con una strage di militari e civili, in violazione di ogni principio di diritto internazionale, la narrazione avrebbe dovuto implodere. Nulla.
Ora è il turno dell’Iran.
La stampa occidentale è scatenata. Titoli isterici, servizi a senso unico, editoriali indignati contro i “soprusi del regime”. E puntualmente arrivano gli allocchi: quelli che bevono tutto, quelli che fanno post indignati, quelli che si sentono dalla parte giusta della storia senza aver capito di cosa si tratti realmente.
Perché quello iraniano è un caso lampante, scolastico, di tentativo di change regime. Il manuale è sempre lo stesso.
Prima arrivano le sanzioni micidiali, progettate non per colpire il potere ma per stendere un gigante fiaccandone l’economia.
Poi si affama la popolazione, la si spinge alla disperazione, la si induce alla rivolta.
Quindi si infiltrano agenti della CIA e del Mossad, si creano disordini, si attaccano le istituzioni, la polizia, lo Stato.
La reazione del governo è ovvia, inevitabile: in qualsiasi Paese del mondo, davanti a un attacco di questa natura, lo Stato reagirebbe.
A quel punto dovrebbe scattare la fase finale: l’intervento militare statunitense, non ancora avvenuto, necessario a “siriazzare” l’Iran, a trasformarlo in un Paese diviso, instabile, sotto scacco internazionale.
Ma non tutte le ciambelle escono col buco.
Benjamin Netanyahu si è spaventato.
Ha temuto un nuovo attacco missilistico iraniano, come già avvenuto in passato.
E gli Stati Uniti hanno fatto i loro conti: un attacco iraniano alle basi USA in Qatar o in Arabia Saudita avrebbe fatto saltare equilibri delicatissimi e messo in allarme gli alleati arabi.
L’obiettivo, però, resta sempre lo stesso: impadronirsi del petrolio ed eliminare il nemico strategico di Israele. Un obiettivo perseguito da anni, con metodo, lo stesso metodo già applicato con successo in Siria.
Non importa nulla della gente che muore.
Non importa nulla dei diritti umani.
Non importa nulla della democrazia.
Interessa il petrolio e il potere.
Perché se davvero interessasse altro, dovrebbero agire in decine di altri luoghi: Corea del Nord, Bahrain, solo per citarne alcuni. Ma lì non si tocca nulla. Silenzio assoluto.
E questo silenzio è la prova più schiacciante dell’ipocrisia.
Nel frattempo, i giornalisti-pecore, diligenti esecutori di veline sioniste e americane, lanciano strali quotidiani contro i “cattivi iraniani”, contro il “governo teocratico”, contro tutto ciò che non rientra nel recinto ideologico occidentale.
Ma non dicono che l’Iran è, piaccia o no, l’unica vera democrazia di quell’area geografica.
Una democrazia a modo suo.
Diversa dalla nostra.
Non esportabile, perché le culture non sono intercambiabili.
Ed è qui il punto che sfugge – o che si finge di non vedere. Il nostro modello democratico non è universale, non è un prodotto da esportazione forzata. Pretendere di imporlo a Paesi con storie, religioni e strutture sociali diverse è arroganza coloniale, non civiltà.
Lo dico a tutti quelli che oggi si scandalizzano a comando: la democrazia non è una divisa occidentale da far indossare con le bombe.
E ogni volta che l’Occidente ci prova, lascia dietro di sé macerie, Stati falliti e milioni di morti.
Il resto è propaganda. E purtroppo, come sempre, funziona.
di Raimondo Schiavone
























