Per anni è stato più un’ombra che un volto. Di Nemesio Oseguera Cervantes, alias “El Mencho”, restavano poche immagini sgranate, due foto segnaletiche anni ottanta e una manciata di dettagli burocratici: altezza media, capelli scuri, occhi marroni. Fine. Domenica, nello stato di Jalisco, quell’ombra si è dissolta: Oseguera è stato ucciso in un’operazione delle forze di sicurezza messicane, chiudendo la parabola del narcotrafficante più potente e temuto del pianeta. E aprendo la crisi criminale di rimbalzo.
Il mito era alimentato anche dal silenzio. A differenza di altri boss diventati personaggi pubblici, El Mencho aveva scelto l’invisibilità come strategia. I narcos lo raccontavano appassionato di moto e combattimenti tra galli – da qui il soprannome “El Señor de los Gallos” – ma per il resto restava un enigma. Persino la sua scheda sul sito del Dipartimento di Stato americano era avara di informazioni.
Il suo vero potere, però, non stava nell’aura leggendaria ma nell’organizzazione che guidava: il Cartello Jalisco Nueva Generación. In poco più di un decennio il CJNG aveva superato per ferocia, ricchezza e capacità militare il vecchio impero di Joaquín Guzmán, il “Chapo” del cartello di Sinaloa. Una differenza sostanziale li separava: Guzmán aveva coltivato notorietà e relazioni mediatiche, Oseguera no. Lui governava da lontano, lasciando parlare le armi.
Nato nel 1966 nella regione di Tierra Caliente, nello stato di Michoacán, figlio di coltivatori di avocado, Oseguera attraversò illegalmente il confine statunitense negli anni Ottanta. A San Francisco iniziò come piccolo spacciatore, fu arrestato più volte, condannato per reati federali e infine rimpatriato. Tornato in Messico indossò persino una divisa: per un breve periodo fece il poliziotto. Poi il salto definitivo nel narcotraffico, prima nel Cartello del Milenio e, dopo il collasso di quell’organizzazione, nella struttura che avrebbe creato da zero.
Il vuoto di potere lasciato nel 2010 in Jalisco si trasformò in una guerra interna. Oseguera la vinse. Da lì nacque il CJNG. All’inizio alleato di Sinaloa, il nuovo cartello si fece notare nel 2011 con un messaggio brutale: 35 cadaveri abbandonati in strada a Veracruz e una firma, “Mata Zetas”. Era la dichiarazione d’esistenza di un gruppo che avrebbe riscritto le regole.
La vera rivoluzione fu economica. Mentre altri cartelli restavano legati a marijuana e cocaina, El Mencho puntò tutto sulle droghe sintetiche: metanfetamine prima, fentanyl poi. Produzione interna, precursori chimici importati dall’Asia, margini enormi. Un modello industriale del narcotraffico.
A sostenerlo c’era una forza armata senza precedenti. Veicoli blindati, armi pesanti, addestramento paramilitare. Nel 2015 il CJNG arrivò a fronteggiare apertamente l’esercito messicano: giorni di scontri, un elicottero militare abbattuto con un lanciarazzi. Da quel momento lo Stato messicano classificò il cartello come una minaccia alla sicurezza nazionale.
Territorio dopo territorio, il CJNG si è espanso in quasi tutto il Messico, penetrando anche in regioni storicamente marginali per il narcotraffico come il Chiapas, e proiettandosi all’estero: America Latina, Europa, Asia. Con il Cartello di Sinaloa indebolito da faide interne, l’organizzazione di Oseguera è diventata la più potente del paese.
Intanto il capo restava nascosto, probabilmente tra le zone rurali di Jalisco e Michoacán. Attorno a lui fiorivano racconti indulgenti, la favola del boss-protettore delle comunità locali. Narrazione utile, funzionale, costruita ad arte. La realtà è scritta nella lista delle vittime: giudici assassinati, politici eliminati, attentati spettacolari. Nel 2020 il CJNG tentò di uccidere Omar García Harfuch a Città del Messico, crivellando la sua auto con centinaia di colpi. Harfuch sopravvisse; non la sua scorta, né una passante. Tre anni dopo, diventato segretario alla Sicurezza sotto la presidente Claudia Sheinbaum, Harfuch ha guidato la strategia che ha portato alla fine di El Mencho.




















