La cultura come antidoto contro la barbarie: Stefano Massini ha scelto di portare in scena Mein Kampf, per mettere in risalto il potere delle parole, capaci oggi come allora di ipnotizzare le masse e cambiare il corso della storia.
Riflettori puntati sull’attore e drammaturgo toscano, protagonista dall’8 al 12 aprile al Massimo di Cagliari e il 13 aprile al Comunale di Sassari per la Grande Prosa targata Cedac.
“Mein Kampf è un’opera delirante, ma in questa farneticazione affiora qualcosa di inquietante”, dice all’ANSA l’autore pluripremiato, unico italiano a vincere il Tony Award con la Lehman Trilogy.
“Negli Anni Venti, Hitler intuisce la possibilità di usare i nuovi mezzi d’informazione, i giornali e la radio, per perseguire un obiettivo tremendo – aggiunge – Mein Kampf è stato per decenni un libro proibito, fino al 2016 in Germania non si poteva leggerlo né comprarlo in libreria: molti intellettuali tedeschi ritengono che sia stato un errore micidiale, proibirlo significa moltiplicarne il fascino e infatti ha continuato a circolare nel mercato clandestino. Gli antichi greci distinguevano tra il politico che si rivolge alla ragione e il demagogo che parla alle emozioni, come rabbia e paura, per sostituire alla testa la pancia – sottolinea Massini – Hitler fa leva sull’orgoglio, la frustrazione e il senso di sconfitta nella Germania umiliata nella prima guerra mondiale, parla di riscatto e di vendetta e costruisce un capro espiatorio”.
Mein Kampf, con scene di Paolo Di Benedetto, luci di Manuel Frenda, costumi di Micol Joanka Medda e ambienti sonori di Andrea Baggio, produzione Teatro Stabile di Bolzano e Piccolo Teatro di Milano, con Fondazione Teatro della Toscana, rappresenta una sfida ardua e apparentemente temeraria, ma anche avvincente. Nella pièce le citazioni dal libro si intrecciano ai discorsi del Führer e ai materiali tratti dalle Conversazioni di Hitler a tavola: “Lo spettacolo non ha niente dell’iconografia consueta, né baffetti, né pettinature, né divise, bandiere o svastiche e neppure filmati in bianco e nero – spiega – solo le parole, che raccontano la capacità di arrivare alle ‘viscere’ di una nazione. Noi abbiamo condannato Hitler e i gerarchi nazisti, ma abbiamo preferito non domandarci come sia riuscito a coinvolgere milioni e milioni di persone nella patria di Wagner e di Goethe. Erano tutti figli del male? No, certo. Ma in quelle parole qualcosa li attraeva, con lo stesso meccanismo che usano oggi i demagoghi moderni per incantare le folle”.





















