Nel 2025 dai porti di Cagliari e La Spezia sono partite 3.473 tonnellate nette di esplosivi verso destinazioni estere e nazionali. Sono gli impressionanti dati forniti dalle due Capitanerie di porto, in risposta a un accesso generalizzato agli atti sulle merci pericolose. Altreconomia ha presentato la stessa istanza a tutte le Capitanerie dei maggiori porti d’Italia ma le autorità portuali di Ancona, Livorno, Piombino, Genova e Venezia hanno rigettato l’istanza in quanto la richiesta era a loro dire “onerosa e sproporzionata” e “i documenti richiesti non esistono negli archivi”.
Visto che il traffico di esplosivi ha una rilevanza pubblica e le Capitanerie devono autorizzare imbarco e sbarco di merci pericolose la mancanza di questi archivi è quantomeno preoccupante. Ma sarà il riesame, forse, a fare chiarezza. Tra i porti che hanno fornito una risposta emerge come detto la situazione delicata di Cagliari e La Spezia.
Nello specifico: dal porto di Cagliari nel 2025 sono partite 2.431 tonnellate nette di esplosivi, quasi totalmente di classe “1.1D”, cioè ad altissimo rischio di esplosione, la classe più pericolosa in assoluto secondo l’International marine dangerous goods (Imdg), in quanto implica il pericolo di esplosione di massa e di proiezione. Tradotto: se per sventura si dovesse innescare anche un solo esplosivo a catena detona tutto il carico, con altissima violenza e proiezione di frammenti a grande distanza. Più della metà di questi ordigni (1.254 tonnellate) sono stati inviati a destinazioni estere (non Ue), il resto (1.177 tonnellate) verso porti nazionali. I dati forniti dalla Capitaneria di porto non specificano la provenienza ma secondo le normative portuali non è consentito effettuare operazioni di transhipment (sbarco di un container, stazionamento nel porto e imbarco in altra nave) per la “classe 1” di esplosivi (tranne quelli classificati con il codice 1.4S). Ciò significa che i carichi di esplosivi “1.1D” che partono da Cagliari non provengono da altre navi ma partono direttamente dall’Isola.
La fabbrica Rwm di Domusnovas, nel Sulcis Iglesiente, di proprietà della tedesca Rheinmetall, dista appena 50 chilometri dal porto. Secondo la relazione ministeriale redatta ai sensi della legge 185/90, la Rwm nel 2024 ha ottenuto l’autorizzazione a esportare esplosivi per un valore di 62 milioni di euro, tra cui migliaia di bombe aeree attive (con esplosivo reale e pronte all’uso) del tipo Mk82-83-84 e “blu 111” (dal peso di 240 chilogrammi ciascuna), centinaia di mine sottomarine “murena”, centinaia di tonnellate di esplosivi di tipo Pbxn (“plastic-bonded explosive”), Composition B e cariche di profondità, migliaia di munizioni per cannone da 120 millimetri, munizioni circuitanti Hero (“droni kamikaze”) ad alto esplosivo, questi ultimi realizzati in collaborazione con la israeliana UVision.
Tra i maggiori destinatari extra Ue dell’azienda tedesca ci sono l’Arabia Saudita, con quasi 13 milioni di euro di bombe esportate al 2024, l’Ucraina per circa 12 milioni, gli Emirati Arabi Uniti (1,2 milioni) e il Qatar (circa un milione). Insomma, da quando nel maggio 2023 il Governo Meloni ha revocato il blocco alle esportazioni di bombe all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti, per il massacro di civili nello Yemen, il lavoro per la Rwm è aumentato, complice anche la guerra in Ucraina e il progetto di cosiddetto “riarmo europeo”.
Ma gli esplosivi non sono solo in partenza. Nel 2025 la Rwm è stata autorizzata all’importazione temporanea di centinaia di tonnellate di polvere di alluminio, perclorato di ammonio (un potente precursore di esplosivo) e centinaia di tonnellate di esplosivi CXM-7 e CXM-8. Il rischio per la sicurezza è evidente. Il porto di Cagliari è frequentato regolarmente da petroliere dirette alla raffineria di Sarroch e da traghetti con passeggeri. Un’ipotetica collisione con navi portacontainer cariche di esplosivi avrebbe conseguenze catastrofiche.
“Le navi Bahri della compagnia di Stato saudita, fanno scalo ogni tre mesi circa nel porto di Cagliari”, spiega Mauro Pili, pacifista ed ex sindaco di Iglesias che da anni denuncia e documenta gli imbarchi di container di esplosivi nelle navi saudite. L’ultima nave è stata la Bahri Jedda, partita da Baltimora negli Stati Uniti il 10 novembre, transitata da Genova il 24 novembre, da Cagliari il 28, per poi arrivare a Khalifa, Emirati Arabi Uniti, il 19 dicembre. Non solo le Bahri. Anche altre compagnie cargo (Grimaldi, MSC, Grendi, Maersk) fanno scalo a Cagliari con rotte nazionali e internazionali. Le oltre 1.177 tonnellate di esplosivi inviate a porti nazionali potrebbero essere finite a Civitavecchia, Salerno, Gioia Tauro, Palermo, Livorno o Massa Carrara, da qui inviate a basi militari o esportate via terra verso l’Ucraina.
La superstrada E25 collega la Rwm al porto di Cagliari passando a poche centinaia di metri da zone abitate. Il trasporto di esplosivi necessita ovviamente del nulla osta del prefetto ma le informazioni alla cittadinanza sono praticamente inesistenti. Per cercare di fermare questo traffico, il 3 febbraio il Consiglio comunale di Cagliari ha approvato a maggioranza un ordine del giorno “contro il transito e la movimentazione di ordigni bellici all’interno del porto e nelle aree portuali di competenza del Comune” a prima firma della consigliera comunale Laura Stochino. Il 6 febbraio lo sciopero internazionale dei porti contro la guerra ha fatto tappa anche a Cagliari, dove lavoratori e attivisti sono scesi in strada a protestare.
Dal porto della Spezia nel 2025 sono invece partite 1.052 tonnellate di esplosivi e munizioni, tutte dirette a porti esteri, di cui 836 tonnellate munizioni di classe 1.4 S, e 185 tonnellate esplosivi ad alto rischio di classe 1.1D.
Case, negozi, scuole, ospedali e case di riposo distano poche centinaia di metri (circa 300) dal luogo di carico e scarico dei container, e quindi dagli esplosivi. In mezzo c’è la trafficata via San Bartolomeo.
Vittorio Gasparini indica l’appartamento dove abitava fino a pochi anni fa, in un condominio dirimpetto al terminal: “Notte e giorno caricano e scaricano container, un posto invivibile per l’inquinamento dell’aria e per i rumori assordanti. Non immaginavamo anche il rischio esplosivi. Ho fatto esposti per il superamento dei limiti del rumore, ma senza riuscire a cambiare niente. Infine, mi sono trasferito”. Secondo la “Guida delle migliori prassi sul trasporto di munizioni” dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), i momenti più critici per il rischio di esplosione sono proprio quelli che avvengono in porto, “durante il trasbordo, il caricamento e lo scaricamento, nonché il trasferimento di munizioni da un veicolo a un altro”.
Dal 2016 però, con l’introduzione della Seveso III (Decreto legislativo 105/2015) i porti industriali sono stati esclusi dall’applicazione della normativa sugli stabilimenti a rischio di incidente rilevante. “Quindi i terminal container e i luoghi di imbarco e sbarco di esplosivi sono esonerati dal piano esterno di emergenza, che coinvolge sempre anche la popolazione residente, con informazioni ed esercitazioni. Nessuno, quindi, è tenuto a comunicare alla popolazione residente il pericolo insito nel trasbordo di questi materiali -sottolinea Marco Grondacci, esperto di Diritto ambientale-. Le verifiche ispettive sui container inoltre sono sempre più in mano a società private, in una tendenza generale alla privatizzazione dei porti”.
Non si conosce la provenienza degli esplosivi imbarcati alla Spezia, in quanto come da tempo denuncia Giorgio Beretta, analista di Opal. “L’Istat non rende noti i dati relativi all’export di armi e munizioni (codici CH 245) prodotti nelle province della Spezia, Cagliari, Sulcis Iglesiente, Livorno, Massa, Brindisi, Bolzano, Novara, Napoli. In queste province i dati merceologici relativi agli esplosivi e alle armi finiscono nel calderone di altre categorie di merci civili (CH 259 ‘altri metalli’), creando una distorsione statistica del tutto irragionevole. Il tutto per tutelare la ‘privacy’ delle grandi aziende militari di queste province”.
Alla Spezia ci sono gli stabilimenti di Leonardo e Mbda che producono cannoni, missili, munizioni, ai quali si aggiungono gli stabilimenti di Fincantieri (che a Livorno produce siluri) e un fitto reticolo di fornitori.
Anche l’azienda lecchese Fiocchi (ora del gruppo ceco Csg) ha utilizzato il porto spezzino per spedire le sue munizioni: nel dicembre 2021 vari container di munizioni imbarcati sulla nave Eolika, autorizzati come esportazione verso la Repubblica Dominicana, sono stati sequestrati in Senegal. “Si trattava di un traffico illegale di munizioni destinate a milizie. L’azienda Fiocchi si disse ignara della reale destinazione. È evidente, comunque, che qualcosa non ha funzionato nei controlli alla Spezia”, ricorda Carlo Tombola, di Weapon Watch.
Nello stretto golfo ligure, le navi portacontainer incrociano un intenso traffico di metaniere e bettoline che trasportano gas “naturale” liquefatto da e verso il rigassificatore di Panigaglia. Nel terminal crociere, non lontano dal luogo di carico e scarico di esplosivi, avviene il rifornimento di Gnl per le grandi navi. A questo traffico si aggiungono le petroliere che riforniscono di gasolio aeronautico l’oleodotto Nato, che a La Spezia ha il suo punto di partenza (Sea terminal). Tutte attività che ampliano l’esposizione al rischio e l’effetto domino. Nell’agosto 2023 uno dei numerosi fulmini che si sono abbattuti sul Levante ligure ha innescato l’incendio dei gas di scarico del rigassificatore. Che cosa sarebbe successo se in quel momento fosse passato un container di esplosivi?
A tutto questo si aggiungono le navi militari in entrata e uscita dalla base spezzina della Nato, che ad oggi può ospitare anche sommergibili a propulsione nucleare.
“Con il progetto Basi Blu la base sarà ulteriormente ampliata per adeguarla agli standard Nato -racconta William Domenichini, attivista e residente-. Un progetto faraonico e impattante il cui costo è recentemente lievitato da 300 a 800 milioni di euro, nuove banchine e tombamenti per ospitare più navi da guerra. Mentre a poca distanza passano metaniere, cargo commerciali con esplosivi, e nei poligoni sulla costa si sperimentano ordigni bellici: insomma, viviamo circondati da una polveriera”, scrive in un inchiesta la rivista l’Altreconomia.























