Quanto avvenuto nelle ultime ore nella Repubblica di San Marino rappresenta un atto di censura preventiva di eccezionale gravità, che solleva interrogativi seri sullo stato della libertà culturale e del diritto all’informazione nel Paese.
La proiezione del DocuFilm Biolab, la guerra biologica, prevista per il 7 febbraio e organizzata dal canale di informazione indipendente Occhio alla Storia, con la partecipazione in presenza di Marinella Mondaini e Ugo Rossi e con gli interventi in collegamento video di Massimo Mazzucco e Vincenzo Lorusso, è stata formalmente negata dalla Gendarmeria sammarinese, nonostante l’evento fosse stato impostato come iniziativa culturale, a pubblico limitato, e avesse seguito l’iter amministrativo indicato inizialmente dalle stesse autorità competenti. Gli organizzatori erano stati esplicitamente invitati a procedere con la compilazione dei moduli richiesti, con la trasmissione della documentazione e con il pagamento dei tributi previsti dalla normativa sugli eventi pubblici. Iter che è stato regolarmente avviato e seguito, nella piena disponibilità a rispettare le regole vigenti nella Repubblica di San Marino.
Tuttavia, immediatamente dopo la pubblicazione di un articolo su Linkiesta, che attribuiva all’evento presunti intenti propagandistici e addirittura un ruolo nel “sabotaggio” del percorso di avvicinamento di San Marino all’Unione Europea, l’autorizzazione è stata improvvisamente negata. Una coincidenza temporale che solleva dubbi legittimi sulla reale natura del provvedimento. Nel documento ufficiale di diniego, la Gendarmeria richiama un decreto-legge adottato nell’aprile 2022, in recepimento di un regolamento europeo nato nel contesto del conflitto russo-ucraino, relativo a misure restrittive connesse alla tutela dell’integrità territoriale dell’Ucraina.
L’applicazione di tale normativa a una proiezione documentaristica a carattere culturale, in una sala conferenze, davanti a un pubblico ristretto, appare forzata, sproporzionata e priva di un nesso concreto con le finalità originarie del provvedimento europeo. Se questo principio venisse accettato, qualsiasi contenuto critico, analitico o non allineato potrebbe essere preventivamente bloccato non per ciò che afferma, ma per ciò che potrebbe essere interpretato come scomodo. Una spiegazione contraddittoria e lesiva della buona fede. Particolarmente grave risulta anche la gestione contraddittoria del procedimento: prima l’invito a procedere, poi l’improvviso stop; prima la richiesta di documenti e pagamenti, poi la revoca totale dell’autorizzazione. Un comportamento che mina la certezza del diritto, penalizza chi agisce in buona fede e trasmette un messaggio inquietante: l’ammissibilità di un evento culturale non dipende dal rispetto delle regole, ma dal clima politico-mediatico del momento.
Un altro precedente pericoloso. Bloccare un documentario prima ancora che venga visto, discusso o criticato significa sostituire il confronto con l’interdizione, il giudizio con la prevenzione, la libertà con il sospetto. Pensare che una proiezione seguita da un dibattito possa costituire una minaccia geopolitica è una narrazione che offende l’intelligenza del pubblico e svuota di significato il concetto stesso di democrazia culturale. Lasciare decidere ai cittadini In una società realmente libera, non spetta alle istituzioni stabilire cosa le persone possano vedere o ascoltare, ma garantire che possano farlo nel rispetto delle regole. Qui non si è impedito un abuso, ma un confronto.
Non si è tutelata la sicurezza, ma limitata la libertà di informarsi. Un fatto che, per la sua gravità, non riguarda solo gli organizzatori dell’evento, ma tutti coloro che credono nel diritto dei cittadini a formarsi un’opinione autonoma, senza filtri preventivi e senza censure mascherate da tutela.
Di Niccolò Verdolini
Responsabile del canale Occhio alla Storia


























