Non avrebbe dovuto essere in Italia. Non nel 2024, non nel 2025. E invece c’era, libero di muoversi, nonostante un decreto di espulsione già emesso. Oggi è in carcere a Milano con l’accusa di aver ucciso Aurora Livoli, 19 anni, scomparsa dalla provincia di Latina a inizio novembre e ritrovata morta in un cortile residenziale dietro via Padova, nella periferia nord-est della città.
Il presunto autore del delitto è un cittadino peruviano di 56 anni, senza documenti, con precedenti per violenza sessuale. Viveva in Italia da oltre dieci anni, ignorato da un sistema che avrebbe dovuto allontanarlo e che invece lo ha lasciato sul territorio nazionale, nonostante la sua pericolosità e un provvedimento di espulsione rimasto sulla carta.
Le immagini delle telecamere di sicurezza mostrano Aurora mentre cammina da sola, a testa bassa, lungo la strada. Sono probabilmente gli ultimi istanti di vita della ragazza. Quelle immagini oggi pongono una domanda inevitabile: se l’espulsione fosse stata eseguita, Aurora sarebbe ancora viva? Il caso riapre con forza il tema delle espulsioni mai applicate, dei controlli inesistenti e delle responsabilità politiche e amministrative. Non si tratta di propaganda, ma di fatti: un uomo irregolare, con precedenti, non doveva trovarsi in Italia. E invece c’era. Il risultato è una giovane vita spezzata.
Una responsabilità del Governo Meloni, che in campagna elettorale aveva promesso impegno sul tema dell’immigrazione, dal blocco navale alle espulsioni e che nulla ha fatto.
Mentre la magistratura fa il suo corso, resta una verità scomoda: lo Stato ha fallito due volte. La prima nel non far rispettare le proprie leggi. La seconda nel non riuscire a proteggere una ragazza di 19 anni.





















